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Anche i piccoli libri hanno il loro destino.

01 settembre 2014

FORMAZIONE | IED, il corso in Video Design


Si inizia con la fotografia e quasi in contemporanea con i video per poi cercare di specializzarsi sempre di più fino a far diventare una semplice passione in un lavoro in cui migliorarsi sempre.
Lo IED, con più di quarant’anni di attività, offre una gamma di corsi che a sua volta si moltiplicano in altrettante specializzazioni. Uno di questi è in Video Design.
Chi è il video designer?
Un professionista in grado di prendersi carico delle responsabilità progettuali, direzione artistica e coordinamento. Inoltre deve saper gestire il processo di produzione delle opere audiovisive, passando dall'ideazione del progetto, alla ripresa e montaggio per poi concludere con la sonorizzazione e la realizzazione di effetti speciali.
In un ambito amatoriale molti aspetti sono sottovalutati o non presi in considerazione, ma quando si parla di un ambiente professionale, ogni minimo dettaglio dev'essere curato e gestito in maniera impeccabile e non c'è spazio per errori di valutazione o imprecisioni!
I settori in cui una figura professionale di questo tipo può operare sono molteplici e vanno dal filmmaking per il cinema, al documentario e la serialità, agli spot pubblicitari, video per eventi, convention, format di qualsiasi tipo, filmati di concept art fino alle installazioni interattive, percorsi e allestimenti museali, video maker per la produzione oppure video per lo spettacolo, il teatro e le sfilate di moda.
Il Video Designer si possono occupare di due aspetti ben distinti legati alla produzione video: la primo aspetto è legato alla regia di prodotti audiovisivi classici, quindi la "narrazione lineare", il secondo per la produzione di video interattivi e performativi che trovano il massimo del loro successo nel campo della video arte e degli eventi.
Nell'area dei New Media, il corso di Visual Design proposto dallo IED si pone come obiettivo la formazione per professionisti già in possesso di adeguate capacità tecniche e operative oltre che di metodo e di contenuto sull'uso delle nuove tecnologie capaci di applicare le proprie conoscenze nel settore del video, della video arte e delle arti performative.
Un altro aspetto su cui la formazione IED di questo corso è incentrata riguarda lo sviluppo di strumenti metodologici e critici adeguati allo attività dei linguaggi espressivi e tutti i processi tecnici come la fotografia, la regia, ripresa, montaggio e le fasi in studio quali il missaggio
Ultima parte, ma non meno importante, gli schemi narrativi del soggetto e tutti i processi di post produzione.
La parte tecnica si affianca a una solida e approfondita preparazione culturale legata alla conoscenza dell’arte contemporanea, della storia e della semiologia del cinema e degli audiovisivi.
Lo IED è una scuola in grado di proporre un costante aggiornamento della propria offerta formativa grazie anche alla solida comunità formata da professionisti, docenti, aziende, istituzioni e studenti che permettono la creazione di un network di relazioni e culture capace di generare creatività e innovazione.
Per saperne di più sulle offerte formative del corso in Video Design dello IED date un'occhiaia alle sedi di Milano e Roma per trovate tutte le informazioni di approfondimento.

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16 luglio 2014

TECNOLOGIA | Neck-Tech, l'auricolare perfetto

Si chiama Neck-Tech (tecnologia da collo), ma più che per il collo… ci stanno prendendo per la gola?!
Gli ingredienti sono semplici: un collarino portabadge, un auricolare per il telefono e un sistema di aggancio/sgancio, il tutto rigorosamente made in Italy, il tutto condito da un pizzico componente hi-tech che lo rende unico nel mondo della telefonia. Il risultato è uno prodotto straordinario: il primo ed unico sistema al mondo con cui usare il telefono e l’auricolare senza toccare né l’uno né l’altro.
Ma vogliamo parlare anche dell’aspetto fashion del prodotto? Assolutamente si! L’attenzione per i dettagli, la scelta e la cura dei materiali impiegati, la realizzazione unicamente manuale, lo rendono un prodotto di qualità superiore e indossarlo è davvero un piacere!
Andrea Ciuffoletti, uno degli ideatori, nonché responsabile commerciale del Neck-Tech, ci racconta come sono arrivati a realizzare “l’auricolare perfetto”:
“Spiegare come siamo arrivati alla sua realizzazione è molto semplice: siamo partiti da un collarino portabadge, al cui interno abbiamo inserito degli auricolari straordinari, realizzati su misura per noi da un’azienda certi­ficata Apple, e poi abbiamo studiato con la 3M un sistema di aggancio/sgancio, che potesse consentirci di utilizzare il nostro collarino con qualsiasi cellulare e con la massima sicurezza. Una volta indossato il Neck-Tech, ci si rende immediatamente conto della sua praticità: gli auricolari sono sempre a portata di dita, ed appoggiarli alle orecchie diventa un gesto subito naturale, perché tutto è stato studiato per il massimo comfort .” 

Se Hi-tech è quindi tutto improntato a ciò che è innovazione, contemporaneità, tecnologia, comfort, per il Neck-tech la parola d’ordine è praticità, una praticità finalizzata alla comodità estrema.
Funzionale, comodo, confortevole, agevole sono alcune delle caratteristiche del Neck-tech.
Tra i vantaggi del Neck-Tech annoveriamo: l’universalità del prodotto, e quindi la possibilità di utilizzarlo con qualsiasi cellulare che abbia un attacco cuffie per lo spinotto da 3,5mm; il filo dell’auricolare non sarà più un problema; ma soprattutto non dovremo più preoccuparci delle onde elettromagnetiche.



Adesso non siete curiosi di essere presi per la gola? Sul link www.neck-tech.com si può acquistare il prodotto in tutta sicurezza e per la “ricetta” bastano pochi semplici passaggi…

Ingredienti:
il tuo telefono
1 Neck-tech


Procedimento:
posiziona sul retro del telefono uno dei dischetti di Dual Lock che trovi nella confezione
aggancia il telefono al tuo Neck-tech
inserisci lo spinotto
indossa il tuo neck-tech
chiama gli amici e consiglia l’auricolare perfetto!



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16 maggio 2014

Ritual, una storia di psicomagia: l’inconscio è un rito da elaborare


Lia è una donna sopraffatta dall’amore dominante di Viktor, tra i due si instaura una relazione che basata dalle turbe infantili della protagonista che non può che generare altri traumi.

Giulia Brazzale e Luca Immesi sono i registi di un amore malato, di una storia che si incentra su pochi protagonisti e li scava fino in profondità, una disperata vicenda che rende i due protagonisti vittime e carnefici di loro stessi in una dipendenza affettiva e fisica che crea un disturbo in entrambe le sfere della loro vita. Lia, interpretata da Desirée Giorgetti, è una donna che non riesce a liberarsi dalla sua dipendenza dal controllo e Viktor, il suo compagno e ricco uomo d’affari, fa derivare la sua passione e il suo amore per Lia dal suo desiderio di controllo. Ivan Franek marca tutta la rabbia del suo personaggio con il suo accento ceco; Viktor è duro, forte, aggressivo e razionale, questa sua smania di controllo sulla sua vita e su quella della sua compagna lo trasformerà in un persecutore, nessuna sua azione sarà veramente razionale, tutto il suo fare sarà solo muoversi verso la distruzione di qualcosa che ha rotto nel momento stesso in cui ha voluto imporre il suo dominio.
Ritual, nelle sale dall’8 maggio 2014, è un racconto lento della storia molto comune di un amore malato, ma che affronta la possibilità di un riscatto, la disperazione che trova una soluzione al di fuori della logica e del raziocinio. Forse tutta la storia si dipana nel sogno con Alejandro Jodorowsky. L’intero film dichiara una soluzione diversa da quella rappresentata dalla razionalità, anzi denota in questa stessa e forzata ricerca della ragione una perdita della capacità reale del superamento delle difficoltà quotidiane. La psicomagia è la base di questa storia: un rituale che aiuta la forza interna a compiere un passo che la mente da sola non può e non riuscirebbe a fare. Ed è Fernando (Jorodowsky) che in sogno aiuta la zia di Lia a trovare una soluzione alle pene della nipote, in un rituale che non sarà rispettato e sarà turbato dall’aggressività di Viktor ma che sarà l’unica valvola di salvezza per Lia, l’unica possibilità fisica di trovare pace al suo male interno.


La regista Giulia Brazzale ha messo a fuoco i suoi studi di psicologia e li ha mescolati alla tradizione veneta, una delle più caratterizzanti della cultura italiana e grazie al supporto del libro La danza della realtà, ha combinato con Luca Immesi una vicenda che cerca la risoluzione nella tradizione antica. I due registi hanno raccontato la storia con una ricerca delle immagini realizzate con la tecnologia Red Epic 5k e accompagnate dalla cadenza musicale elettronica di Moby; hanno mescolato una storia comune quella di un amore ossessionante alla tradizione regionale e alla ricerca di uno studioso e intellettuale come Jodorowsky, che da anni cerca di raccontare come l’essere umano ha bisogno di non vivere dei soli meccanismi razionali di cui si circonda. Brazzale e Immesi hanno raccontato il tutto con una tecnica nuova, come se da questi automatismi tecnologici si potesse trovare un riscatto e come se grazie a questi si potesse raccontare qualcosa di diverso e di antico.


Ritual è un percorso difficile, la decisione di cambiare che comporta le resistenze del caso, ma un iter che riesce a proseguire perché trova delle indicazioni diverse a cui fare riferimento. Un film che inizialmente sarà distribuito solo in quindici copie e che invitiamo a cercare nelle sale di proiezione indipendenti italiane.



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07 maggio 2014

IN VESPA | Veni, vidi, vici - Peloponneso, Giorno 14

© Luca Occhilupo
Alla fine di ogni viaggio non si pensa mai alla fine, ma all’inizio, e si tirano le somme. Si ripensa alla partenza, alle prime persone incontrate, alle seconde e poi alle terze. La fine di ogni viaggio impone nostalgia, nostalgia per i sentimenti che animavano la partenza, l’inizio. E i miei pensieri vanno a quelle persone che poi ho incontrato sul traghetto per Elafonisso e a Tanas lì, eroe solitario, sull’acropoli di Messene, ripenso a quella donna che leggeva Fabio Volo sul traghetto di Brindisi e ai leccesi incontrati a Olimpia il secondo giorno. Ripenso all’arrivo sul suolo greco, animato da mille speranze, mille vite che sbattevano dentro l’animo, le mille cose che avevo da dirti, e le migliaia che ancora vorrei dirti.

La Grecia piange e io piango insieme a lei. Forse è triste perché la sto lasciando, perché vado via. Il cielo è coperto, dappertutto, dal sud al nord e il sole non si vede affatto, da stamattina all’alba. Mi è venuto da piangere, mi dispiace di essermi mostrato così fragile a me stesso, ma non sono riuscito a trattenermi, lì, da solo, a bagnare di lacrime il foulard grigio che mi ha accompagnato in queste due settimane. Anche se qualcuno ha cantato in una canzone che ogni lacrima è un segreto e anche se qualcun altro potrebbe dirmi che un uomo vero non piange, la cosa non m’importa, sono uomo, diceva Terenzio in latino, e nulla di ciò che è umano mi è estraneo, anche le lacrime. Piangevo le mie lacrime al vento, dove nessuno poteva vedermi, perché avevo gli occhiali da sole addosso. Sai quando ho iniziato? Appena in lontananza ho visto sirene, luci, lampeggianti, frecce accese dappertutto, sono passato piano piano in mezzo a quel baccano: un tir, fuori strada, vetri ovunque.
© Luca Occhilupo
Ho immaginato l’autista sanguinante che chiedeva aiuto e non sono riuscito a trattenermi e ho iniziato a piangere, mentre da Patrasso ero a 140 km: piangevo per quell’autista e mi chiedevo se a casa aveva qualcuno che piangesse per lui. Ho pensato a quella frase di un film: i veri problemi della vita saranno cose che non t’erano mai passate per la mente. Ho pensato a chi piange per un 5 nel compito di latino o un debito in matematica, chi fa una tragedia per il fratello o la sorella più piccoli che hanno preso in prestito i vestiti, chi non voleva il ketchup sulle patatine e chi la carne la voleva molto cotta, chi si dispera per la ragazza o il ragazzo che hanno dato buca, chi passa la notte in bianco per l’interrogazione o l’esame del giorno dopo. Si può piangere per tutto questo? La risposta è si, se accade si può piangere per tutto questo, anche perché i problemi della persona dipendono dalla maturità e dall’età della persona stessa.
© Luca Occhilupo
Si piange per questo, ma si deve piangere e preoccuparsi soprattutto quando un’ambulanza ci sfreccia davanti a sirene spiegate, si deve correre quando un uomo chiede aiuto o quando si sente un grido di disperazione, ci si deve attivare alla vista del sangue o del dolore. Io ho pianto per un uomo che non conoscevo e che mai conoscerò, ma in quelle lacrime c’era molto altro: c’era tutta la stanchezza e le ore di sonno perse, c’era il freddo preso lì sui monti alle 11 di sera, c’era la mia voce lasciata qui in Grecia, c’era mio padre che chissà forse aveva bisogno di una mano col lavoro, c’era mia madre a cui mancavo e che si preoccupava per la mia salute, c’erano i miei fratelli che volevano un saluto, c’era la febbre che ho avuto l’altro ieri e che forse avrò domani, c’eravate tutti voi, sia quelli a cui sono piaciuto sia quelli che si sono addormentati ascoltandomi, c’erano tutte le belle donne che ho visto su ogni lungomare in cui sono stato, c’erano le antiche rovine e i musei che mi hanno affascinato, c’erano i tramonti, c’erano soprattutto tutti gli animali investiti sulla strada che ho incontrato nei km e km macinati, c’erano tutti quei gatti e quei cani a cui la vita è stata tolta così, gratuitamente, e ognuno di loro mi ha fatto commuovere, c’era un bambino che ieri mi ha chiesto l’elemosina e il mio euro l’ha portato al settimo cielo, c’erano tutti gli amanti che ho visto abbracciati e tutti i loro baci al tramonto, c’era questo e molto altro che ora non ti dico.
Un saluto a tutti coloro che si sono emozionati per i versi che ho letto, che hanno sentito quello che ho sentito io, e un abbraccio grande quanto il mondo a tutti coloro che ne hanno bisogno, perché è così bello abbracciare, a volte.

Dopo la vittoria riportata nella battaglia di Zela, Giulio Cesare esclamò felice e sicuro ai suoi luogotenenti: “veni, vidi, vici.” Sono arrivato, ho visto, ma non so se ho vinto, sta a voi il verdetto.


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06 maggio 2014

TEATRO | La classe digerente di Elio Crifò al teatro Golden di Roma

Come suonerebbe bene un ministro dell’economia il cui cognome è Denaro? Non è un semplice gioco di parole ma il suggerimento di Elio Crifò, ospite del teatro Golden di Roma per tre repliche domenicali da marzo ad aprile 2014, è che il famoso mafioso Matteo Messina Denaro la smetta di fare il latitante e si dedichi a quella che è la sua vera vocazione: la politica.
Difficile da digerire come provocazione quella di essere un popolo che meriti un mafioso come governante, ma in realtà il nostro apparato digerente dimostra di sopportare ben altro. Il monologo scritto e interpretato da Elio Crifò dimostra uno studio approfondito dei fatti che hanno coinvolto il Bel Paese e non solo e con ironia, arguzia e tanta provocazione lo spiattella davanti al pubblico romano non supportando l’assunzione con un gastroprotettore, le sue parole scivolano giù come un amaro a fine pasto.


In una condizione come la nostra piena di ombre, di eventi straordinari propinati come coerenti e nei quali non riusciamo a vedere alcuna illogicità, bisognerebbe trovare forse la soluzione più paradossale: rivolgerci a un mafioso colto, intelligente che, guarda un po’, riesce a sfuggire alla polizia dal 1993. Ma perché rimanere latitante? Si chiede l’autore e interprete de La classe digerente. Analizzando l’attuale classe che governa il nostro paese, che gestisce la ricostruzione aquilana e si impegna nella TAV propone un uomo capace e intelligente che maneggia denaro e guida a distanza le nostre vite non prendendosene i meriti e con la stesso atteggiamento forte e caparbio si mette alla pari dei dirigenti politici che alla fine compiono azioni analoghe alle sue, ma senza il suo stesso stile. Bisognerebbe prendere esempio dalla yacuza, la mafia giapponese, che in occasione dei disastri nipponici si alza le maniche per supportare la popolazione in difficoltà, che non limita l’evoluzione del paese, ecco perché la nostra mafia deve, invece che far da leva sull’organizzazione politica, diventare l’unica responsabile gli appalti portandoli a termine facendoci tutti i soldi che vuole, ma proseguendo i lavori come è abituata a fare, non lasciando nulla a metà.


Detto così sembra veramente irragionevole ma Elio Crifò nei due tempi del suo monologo ci sbatte in faccia tutte le nostre contraddizioni quotidiane e lo fa con arguzia e con competenza e alla fine riesce a risolvere la questione solo con un’assurdità, perché in una situazione di inganni, di compromessi, di banchieri che spariscono in condizioni quanto meno straordinarie e di scuole genovesi invase da poliziotti guidati non si sa da chi bisogna pur provare a fare qualcosa, non ci si può solo lamentare e piangere che qualcuno dall’alto faccia qualcosa. La “mala razza” non può essere debellata da un Cristo in croce, lui stesso è lì a intimare che l’azione parta da noi.
Le ombre che coprono il nostro agire quotidiano e che non smuovono più le nostre coscienze, potrebbero forse essere spiazzate da un’entrata in politica di un uomo che ha ucciso, truffato, e non si sa cos’altro, e nel rifletterci quella dell’attore romano non sembra neanche tanto assurda come proposta, in fondo che differenza c’è con alcune figure presenti nella quotidianità politica del nostro paese?



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30 aprile 2014

IN VESPA | Il più bello dei mari - Peloponneso, Giorno 13

© Luca Occhilupo
Ho visto l’isolotto di Ghitio dove Elena e Paride consumarono la loro passione prima di fuggire a Troia, prima di portare alla morte migliaia di achei e troiani, ho visto le gole, i burroni tra i monti dei Taigeto (2400 metri) da cui gli spartani gettavano i loro neonati malaticci, in mezzo al freddo e alle fiere, e li avrebbero ripresi in casa solo se fossero stati in grado di sopravvivere, ho visto le acque, la schiuma da cui nacque Afrodite, sulle coste dell’isola di Citerea, e ho capito perché proprio lei è la dea della bellezza.
© Luca Occhilupo


Ho visto un mare che se non lo vedi non ci credi, con onde enormi che facevano la gioia dei bambini, e mi son detto: dopo aver visto tutto questo posso anche tornare a casa. E lì mi sono venuti in mente dei versi di Nazim Hikmet:
Il più bello dei mari
è quello che non navigammo.
Il più bello dei nostri figli
non è ancora cresciuto.
I più belli dei nostri giorni
non li abbiamo ancora vissuti.
E quello
che vorrei dirti di più bello
non te l'ho ancora detto.
© Luca Occhilupo
Ho visto la casa dove Kazantzakis ha creato il suo Zorba, il greco. Stavo facendo delle foto a una vecchina intenta a cucire lì sulla riva del mare, quando questa mi dice: oki oki oki, no no no, perché non voleva essere fotografata, e io ne ne ne, si si si. E poi mi indica una piccola casetta a 2 metri dal mare ed esclama: Nikos Kazantzakis Kazantzakis, io mi sono segnato questo nome e poi ho ricercato su internet. 
© Luca Occhilupo
È uno dei più autorevoli rappresentanti della letteratura greca, scusate l’ignoranza. Certo è che quest’uomo ha scritto una grande verità: non spero nulla, non temo nulla, sono libero.

© Luca Occhilupo
E ho rivisto quegli uomini del traghetto per Patrasso e gli ho detto: “Quanto è piccolo il Peloponneso.” E abbiamo iniziato a parlare e mi hanno raccontato tutti i posti in cui erano andati. Ed è stato bello, mi sono sentito protetto, parlando italiano, vedendo facce conosciute.


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25 aprile 2014

INTERVISTA | Daniela Tieni: “Pensando alla complessità”

Capace di sporcarsi le mani in una poetica individuale, Daniela Tieni è uscita dai cardini puramente tecnici che la formazione accademica le ha dato.
In Manon Lescaut di Abbé Prevost, edito da Eli Readers, l’illustratrice romana puntualizza in modo pragmatico il suo tratto delicato: il colore s’impasta e diventa parte dello stesso contorno dando una consistenza che non si perde in un racconto prosastico. Daniela Tieni riesce a mantenere vivo il lirismo nonostante sia sporcato, sovrapposto e mescolato a tecniche diverse come nel lavoro con la fotografa Claudia Toloni. I disegni della Tieni sulle polaroid della Toloni raccolgono un desiderio che non è nostalgico e che riesce a guardare oltre, non cancellando la memoria, ma vivendo un nuovo spazio. Sia nel colore che nel bianco e nero la capacità della Tieni è quella di essere sentimentale in modo concreto e tattile, trasformando le sensazioni in uno sguardo in avanti che mantiene la gentilezza ma è privo di timore.

Il tuo lavoro si sviluppa molto nell’editoria indipendente, hai collaborato all’ultimo numero di Watt, che ha come direttore artistico Maurizio Ceccato, un progetto editoriale che lega racconti inediti specchiandoli a illustrazioni di forte impatto emotivo. Sei stata legata alle parole di Silvia Montemurro: cos’hanno suscitato nella tua immaginazione?
Silvia Montemurro è una giovane scrittrice piena di talento. Sa bene come dosare le parole e come caricare di tensione una storia. Il custode è un testo durissimo. Racconta di una vicenda familiare tremenda, un infanticidio. E lo fa senza sconti, con una scrittura vertiginosa. Ho lavorato pensando alla complessità delle relazioni familiari e ai dolori che viaggiano nascosti in alcuni rapporti, spesso per anni. Con Silvia ci siamo sentite solo a fine lavoro, siamo state entrambe contente di esserci incontrate sulla carta.

Uno dei tuoi ultimi lavori, sempre per un progetto indipendente è 64 Kamasutra, un art book che rinnova la tua collaborazione con la fanzine «Squame». In che posizione ti hanno incastrato?
Francesca (F. Protopapa, art director di «Squame» n.d.r.) mi ha affidato la posizione chiamata “l’unione degli amanti”. È stato divertente.
La poesia e la moda: sembra che nei tuoi lavori per Grazia.it il tuo tratto riesca a essere la congiunzione tra questi due aspetti artistici. Che tipo di approccio hai avuto?
Quello per Grazia.it è stato un lavoro interessante sotto molti punti di vista. Dovevo lavorare su sei illustrazioni che potessero presentare e valorizzare le nuove collezioni di alcuni stilisti. I tagli e le forme degli abiti mi hanno suggerito immagini e composizioni diverse dal solito su cui lavorare: c’è un universo intero che gira attorno alla moda fatto di materiali, architetture, stoffe, forme, accostamenti e sapienza tecnica. Le possibilità creative sono infinite.

Vivi e lavori a Roma, ma come per moltissimi illustratori italiani il tuo lavoro si sviluppa in Francia, come ci si approccia oltralpe ai disegni per la carta?
I miei contatti non sono esclusivamente con l’estero, ma è vero, ho avuto modo di lavorare con i francesi ed è stata un’esperienza positiva. Si è già detto molto riguardo le differenza di mercato tra l’Italia e la Francia. Fuori dall’Italia il lavoro sembra essere più fluido, con un mercato editoriale curioso, vivacissimo e aperto alle novità; qui tutto sembra procedere con più lentezza e fatica, ma è giusto dire che anche noi abbiamo non poche isole felici e che per fortuna esistono editori illuminati che portano avanti con ostinazione importanti progetti culturali.
Link di riferimento: www.fridainnamorata.blogspot.it


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23 aprile 2014

IN VESPA | La vita non è un film - Peloponneso, Giorno 12

© Luca Occhilupo
Oggi c’erano quelle nuvole, alcune bianche, alcune grigie, e io ci sono entrato dentro. Tu ci sei mai entrato dentro una nuvola? Dal vivo intendo, non da dentro un aereo. Io l’ho fatto, oggi, qui nel Mani.

E c’erano quei villaggi, persi su quei monti, persi lì nel cielo, quei villaggi da nulla che né i turchi né gli egiziani hanno saputo conquistare. E c’erano genti dai tratti duri, ma belli, abbronzati, rugosi, di un altro mondo, occhi verde scuro, capelli neri neri, tratti forti, non greci: manioti. C’erano stalattiti marine e sotterranee e spiagge sconosciute e bianche bianche, c’erano torri d’avvistamento e castelli diroccati, ruderi, natura aspra e selvaggia, profumo di libertà, assenza di civiltà, tutto bello e bello tutto.
© Luca Occhilupo
Infine Monemvasia, con questo gatto che mi ha salvato, questo vento che mi ha rinfrescato, questo mare così increspato e questa terra, questa terra, che tu la devi sentire, la devi vedere per crederci, questo castello sul tetto del mondo, questa Otranto orientale fatta tutta a pietre e muri a secco, con viuzze strette e porte basse, viti a fare ombra sui viali e belvedere infiniti e infinitamente alti.

Oggi mi aspettano altri mari, altre strade, un altro sole e un’altra vita.
E il mare che ho di fronte ora, te lo descrivo con due versi: “Così tra questa immensità s’annega il pensier mio, e il naufragar m’è dolce in questo mare.”
© Luca Occhilupo
PS: ed è bello fare l’amore col vento e col sole.


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16 aprile 2014

IN VESPA | Napoleone - Peloponneso, Giorno 11

© Luca Occhilupo
È il momento di un’altra storia, una storia antica che ha per protagonista una famiglia della regione greca del Mani il cui cognome era Kalòmero. Partita da Itilo, si trasferì a Pisa, con l’unico peccato di essere di religione ortodossa e, pertanto, non tollerata dai cattolici pisani. Dopo aver subito molte angherie, questa famiglia decise di emigrare nuovamente per arrivare, dopo tanto peregrinare, in Corsica, nella città di Ajaccio, capitale dell’isola. Ora prova a tradurre il cognome Kalòmero in italiano. Ti aiuto io: “kalos” buono, “meros” parte.

© Luca Occhilupo
Buonaparte! Quale celebre imperatore dei francesi aveva questo cognome? Sono venuto così a scoprire il motivo per cui Napoleone aiutò il movimento indipendentista greco negli anni delle guerre di liberazione.
Né i turchi né l’egiziano Ibraim Pascià venuto in loro aiuto sono riusciti a conquistare il Mani. L’italiano Santarosa è morto per loro ed è sepolto in un isolotto nel sud della Messenia.
© Luca Occhilupo

© Luca Occhilupo
C’è un detto qui in Grecia: lo ricordano come quelli di Mani, ad indicare l’orgoglio e il coraggio che anima queste genti.

E ti regalo un’ultima curiosità: la parola laconico, deriva proprio dalla Laconia, dalla caratteristica di queste genti di usare poche parole per esprimersi.


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13 aprile 2014

SisalPay Time Angel alla Milano Design week 2014: più valore al tempo

Organizzare al meglio il proprio tempo impegnati tra una mostra, un evento e un happening alla Milano Design week.
Non ci credete? Da oggi è possibile grazie ai servizi offerti da SisalPay che in occasione della settimana che trasforma Milano nella capitale mondiale del design ha ideato l'iniziativa SisalPay Time Angel, per dare più valore al tempo libero.
Come risparmiare tempo e vivere da privilegiati la settimana più attesa dell'anno? Basto richiedere il badge ai Time Angels, ottenibile con una semplice registrazione nelle aree da loro presidiate o direttamente online, all’indirizzo www.sisalpay-timeangels.com
Il servizio offre la possibile di saltare le code, avere un ombrello in caso di pioggia, ricaricare il proprio cellulare ed accedere alle Time Zone.
In base ai vostri gusti avrete la possibilità di accedere alle seguenti Time zone:
- Relaz zone in Via Tortona, 32. Comodi divani e bubble chair per rilassarsi e rigenerarsi con buona musica ed una sana lettura
- Motion zone Via Bergognone, 43 Porta Genova. Monopattini, risciò a pedali ed un simpatico multitandem con cui farsi accompagnare dai Time Angels, evitando così gli ingorghi che bloccano la città nella settimana del design
- Lounge zone & SisalPay Bridge all'Alzaia Naviglio Grande / Zona Vicolo Lavandai. La sponda del Naviglio e il ponte avranno una area riservata SisalPay dove sarà possibile godersi un aperitivo in tutta tranquillità o passare da una sponda all’altra del Naviglio saltando le code

Sisal zone ha pensato in oltre diversi DJ set come quello di venerdì 11 e domenica 13 con ospiti i DJ emergenti Andrea Giuliani e Luca Rossetti, mentre per concludere il fine settimana, sabato si è svolta l’esibizione della Special Guest Scarlett Etienne, DJ protagonista del panorama musicale internazionale che è stata splendida nella sua esibizione.

Da non perdere, per chiudere alla grande la settimana del design, l’ultimo appuntamento questa sera. Non troverete di meglio in giro!


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