22 maggio 2009

INTERVISTA | Carlo Gallerati

Carta d'identità
Nome e cognome: Carlo Gallerati
Professione: Fotografo e gallerista
Link: www.carlogallerati.it



Artista fotografo, gallerista, libero docente e critico di fotografia, giornalista indipendente. Si occupa di fotografia dal 1985, come autore e in seguito anche come curatore di mostre e organizzatore di corsi e seminari. Nel 1991 ha fondato il Foto Club Roma, e nel 2006 il gruppo di ricerca artistica 06. Dal 2006 gestisce un proprio spazio espositivo nel quartiere Nomentano di Roma, dedicato a opere d’arte contemporanea con speciale riguardo alla fotografia. Come autore è attualmente rappresentato in Europa dalla Henrike Höhn Galerie di Berlino. Sue opere sono state esposte e pubblicate, in Italia e all’estero, in numerose mostre personali e collettive, e su diverse monografie di fotografia e arte contemporanea. Il suo modo di fotografare è quello che lui stesso definisce ‘oggettivismo istantaneo’, in linea con la tendenza documentaristica della Scuola di Düsseldorf, ma arricchito di considerazioni del tutto personali sia sull’impiego degli strumenti che sulla costruzione dell’opera finale. 

Chi è Carlo Gallerati?
Carlo Gallerati è un fotografo che ha sempre usato la fotografia per esprimersi artisticamente e che a un certo momento – cioè poco più di due anni fa – ha deciso di non fare più soltanto l'autore, ma di aprire uno spazio per mettersi a disposizione degli altri autori. Ho fondato una galleria, così, e l’ho chiamata come me: Gallerati.

Ci racconti quale è stata la tua evoluzione artistica nella fotografia?
Come autore di fotografia che opera anche su commissione, e quindi deve fare a volte lavori diversi da quelli che vorrebbe, cerco di adattarmi alle situazioni, alle richieste dei clienti. Come artista, invece, come autore che agisce per sé nel curare le proprie ricerche, ho un carattere, un modo di operare e di esprimermi che è piuttosto omogeneo e riconoscibile, direi fin dall'inizio. Sono orientato a un'osservazione oggettiva della realtà, perseguo cioè un criterio estetico di raffigurazione che è, almeno apparentemente, asettico e privo di interventi creativi da parte mia.

Quale poetica accompagna i tuoi progetti? Cosa vuoi raccontare con la fotografia? Qual è il tuo messaggio?
Rifletto sui luoghi e sugli oggetti tipici della vita dell'uomo contemporaneo, cioè su tutto ciò che riguarda la nostra stessa esistenza, e lo faccio con un’imparzialità dello sguardo che conduce a una forma di distaccata ironia. Per cercare di essere più chiaro: quando metto in scena alcuni fenomeni di massa, quindi legati alle abitudini consumistiche che riguardano un po’ tutti noi, lo faccio secondo un'osservazione che è esteticamente oggettiva, ma che aspira a invitare l’osservatore a una rilettura della propria condizione individuale e sociale, a soffermarsi con maggior spirito critico su quello che facciamo quando siamo tutti insieme in determinate situazioni collettive, oppure su quello che possono significare elementi o aspetti della realtà che normalmente diamo per scontati. Questo modo di fotografare, e la conseguente attrazione verso un certo tipo di soggetti, l’ho chiamato ‘oggettivismo istantaneo’: personalizzando con l’elemento dell’istantaneità gli insegnamenti della nota scuola tedesca di Düsseldorf. Sarebbe a dire che la mia maniera di fare fotografia oggettiva si distingue per il fatto di non dipendere dall’impiego di apparecchiature troppo complesse e sofisticate e per non essere necessariamente il risultato di pianificazioni particolarmente premeditate.

Ci sono dei fotografi del passato, o ancora in vita, che consideri tuoi maestri? In cosa ti hanno influenzato?
Ci sono molti fotografi che ammiro per il loro modo di pensare e di esprimersi. L'autore italiano che più mi interessava quando avevo meno di vent’anni, e il cui gusto della composizione e del colore mi ha molto influenzato, è stato Franco Fontana. Attualmente, come risulta chiaro da quanto ho detto prima, gli autori che più mi interessano sono quelli formatisi all’Accademia di Düsseldorf di Bernd e Hilla Becher: quindi fotografi come Andreas Gursky, Thomas Struth, Candida Höfer.

Qual è lo scatto al quale sei particolarmente legato e per quale motivo? Ti va di scegliere un’immagine dal tuo portfolio e di raccontarci cosa racconta?
Una fotografia alla quale sono molto affezionato la scattai agli inizi: nel 1986. 
Allora avevo diciotto anni, mi trovavo a Parigi, in una stazione della metropolitana che si chiama ‘Stalingrad’: agii proprio secondo il criterio che in seguito ho stigmatizzato nella teoria dell’oggettivismo istantaneo. Una foto oggettiva, geometrica, senza presenze umane né elementi dinamici, però al tempo stesso istantanea, cioè realizzata in una situazione movimentata e convulsa, decidendo e operando in poco tempo: aspettando di scattare nell’istante esatto in cui la scena appare vuota.

Su quali riviste sono state pubblicate le tue immagini?
Numerose. Sarebbe difficile elencarle. Voglio ricordare qui soltanto ‘Stalingrad’, che uscì su un numero di Zoom del 1989 in occasione della mia prima mostra personale. Ma è forse interessante ricordare anche una bella recensione pubblicata su Immagini Foto Pratica nel 2003: inaugurai una mia installazione fotografica permanente all’interno dì una chiesa di Roma e Roberto Mutti la presentò come il primo esempio al mondo di operazione artistica del genere.

Quale direzione prenderà in futuro la tua ricerca artistica?
Non prevedo significativi cambiamenti di rotta, perchè sono soddisfatto di quello che sto facendo. Il problema, come autore di fotografia, è per me adesso il tempo da dedicare alla produzione di immagini e alla creazione di opere, perchè da quando faccio anche il gallerista sono quasi completamente assorbito da questo nuovo aspetto del mio lavoro. Tuttavia posso confermare quanto già ho dichiarato in altre occasioni, e cioè che considero la stessa attività di gallerista come parte di una personale operazione artistica, e quindi che da gallerista mi pongo come autore non meno di quanto ho sempre fatto da fotografo.

Quanto può incidere la fotografia sui comportamenti sociali contemporanei?
La fotografia ha cominciato fin dall’inizio a incidere sulla vita delle persone. Ha modificato completamente il tipo di rapporto dell'uomo rispetto allo spazio e al tempo. È evidente che, rispetto a quando non esisteva questa maniera di riprodurre le immagini e di rivederle, esiste un modo di relazionarsi con la realtà che prima era del tutto impensabile. E il fenomeno è andato sempre più espandendosi e intensificandosi. Le immagini ferme sono qualcosa che tendiamo ormai ad accettare come elementi scontati della nostra esistenza, e spesso non essenziali, tutto sommato superflui. In realtà non ci rendiamo conto che non possiamo più farne a meno: come per l’elettricità, il telefono o l’automobile. 

Quindi ti riferisci più a una innovazione nell'informazione che a una funzione artistica e concettuale dell'immagine?
La fotografia ha sempre uno scopo comunicativo, sia che nasca per l’informazione sia che derivi da un intento più interpretativo e evocativo, come avviene in campo artistico.

Esistono dei punti da seguire per creare una buona fotografia?
Nei miei corsi e seminari cerco di schematizzare e sintetizzare i cardini del mio modo di fotografare, che in realtà non ho inventato io e non sono solo i miei: io li ho semplicemente messi in ordine. Si tratta di tener presenti cinque punti fondamentali: lo spazio, il tempo, la luce, l'autore e l'oggetto. E non è qui possibile altro che elencarli. In ogni caso, fare arte con la fotografia non significa necessariamente fare una buona fotografia: almeno non nel senso tecnico o manualistico dell’espressione. Il discorso è un po’ complesso. Dico sempre, per semplificare, che bisognerebbe prima imparare le regole e poi imparare a trasgredirle: i migliori fotografi, ma soprattutto i migliori artisti, sono autori capaci di trasgredire le regole meglio degli altri.

Il tuo insegnamento sembra un po’ ispirarsi al concetto di less is more: togliere quello che è superfluo per ottenere l'essenziale, quasi una fotografia minimalista.
Sì, certo: scartare il superfluo, togliere il più possibile per aggiungere significato. Più elementi di disturbo si eliminano dall’inquadratura e più l'immagine risulta netta, essenziale e interessante: più la forma è pulita e più il contenuto è attraente e leggibile. Del resto, c’è anche chi la pensa in modo opposto: ma la sfida è aperta.

Prima dicevi che la Galleria è nata da poco più di due anni. Come è sorta l'idea di creare questo spazio tutto tuo? E perchè?
L'idea è nata per dare visibilità a quello che faccio io, ma poi si è subito evoluta nell’intento di dare la precedenza a quello che fanno gli altri. Il lavoro di gallerista consiste principalmente nel selezionare gli autori, sia tra quelli che si propongono che tra coloro che decido io di interpellare e di convocare per un colloquio, e poi di valutare se e come esporre in mostra le loro opere. E, lo ribadisco, le mostre le intendo come opere anche mie: come artista, mi ritengo coautore dei singoli eventi e autore unico dell’operazione complessiva ‘Galleria Gallerati’. La conduzione della galleria è un mio work in progress artistico, una specie di performance comunicativa a tempo indeterminato. Non è un caso che lo spazio porti il mo nome: firmare i propri lavori non è un vezzo narcisistico, ma una precisa assunzione di responsabilità.

Quindi nella tua galleria non vedremo tue mostre personali.
È improbabile, ma non impossibile. Finora ho preferito continuare a esporre le mie personali in altre gallerie che si sono offerte di ospitarmi. Per esempio la storica AOCF58, dove ho installato i miei ‘Oggetti smarriti’ un anno fa, in occasione del Festival Internazionale di Roma.

Qual è la maggiore difficoltà che si incontra quando si decide di aprire uno spazio dedicato alle immagini?
Intanto bisogna avere il coraggio di rischiare: le gallerie cosiddette ‘affittacamere’ non fanno che rendere un pessimo servizio all’arte. Rispetto al pubblico, poi, la maggiore difficoltà, soprattutto per una galleria che si occupa quasi esclusivamente di fotografia, è quella di farsi capire. Mi riferisco al pubblico medio, quello meno esperto, magari anche di buona cultura ma che non si è mai interessato all'arte contemporanea e che spesso non sa neanche cosa sia. In Italia, e a Roma in particolare, il visitatore stenta ancora ad accettare la fotografia come fatto artistico; e allora bisogna ogni volta spiegare che la dignità dell'opera fotografica non è affatto minore di quella pittorica. La mentalità comune è ancora troppo ristagnante sull’idea della difficoltà della creazione artigianale, dell'abilità manuale come primo requisito nella realizzazione di un oggetto d’arte.

Perché ti riferisci in particolare a Roma e all’Italia? All’estero le cose vanno diversamente?
L’italiano medio, e il romano soprattutto, pretendono mille garanzie prima di azzardare un passo che li porti a spendere la sia pur minima cifra per acquistare un’opera di fotografia, o anche semplicemente un catalogo: tendono a diffidare, a temere ogni volta che ci sia dietro qualcosa di imponderabilmente poco chiaro. I visitatori stranieri invece – del centro-nord Europa, o americani, ma anche dell’Estremo Oriente – almeno per l’esperienza che ho potuto maturare finora, non hanno bisogno di troppe spiegazioni: se ritengono interessanti le opere proposte dalla galleria, e onesto il loro prezzo, non hanno la minima esitazione nel mettere mano al portafoglio. È un fatto culturale: negli Stati Uniti, in Inghilterra o in Giappone si va a visitare le mostre con lo stesso tipo di curiosità con la quale si girerebbe tra gli stand di una fiera o tra tra i banchi di un mercato: per osservare sì, ma anche con una sana propensione al possesso di qualcuno degli oggetti esposti. Da noi invece l’approccio medio alle mostre d’arte è quello che io chiamo della ‘pacca sulla spalla’: molti partecipano quasi per fare un favore all’autore o al gallerista, bevono un drink, snocciolano sorrisi e complimenti, e poi salutano. 

In questo momento, secondo te, il mercato quanto è disposto a seguire le tendenze artistiche, e in quale misura invece è l’arte ad assecondare il mercato?
Il punto, secondo me, soprattutto ai livelli medi, cioè di spazi giovani come il mio che puntano a proporre autori emergenti, è proprio quello della distinzione tra gallerie che cercano di lavorare seriamente e altre che si pongono sul mercato secondo un'impostazione che crea ulteriore disorientamento in un pubblico già distratto. In effetti la galleria deve assolvere a una precisa funzione sociale: quella di fare da filtro, di essere rigorosa nella scelta degli autori, per mettere sul mercato soltanto le proposte che ritiene davvero valide. Ovviamente, il corretto svolgimento di questo ruolo dipende dalla sensibilità del gallerista e dalla capacità dei curatori ai quali egli si appoggia. Gli autori devono essere seri, onesti, credibili e non degli improvvisatori: non degli artisti della domenica animati solo dall’ansia di esibirsi a ogni costo. Se una persona che mi si presenta come autore non sa innanzitutto spiegarmi perché si ritiene un artista, parte già con scarsissime probabilità di esporre una mostra. In mancanza di una tale rigidità nella selezione, non si fa che alimentare la diffidenza di quel pubblico ancora incerto, che si muove un po’ a tentoni nel mondo dell'arte pur avendo le potenzialità per diventare un pubblico di osservatori attenti, di fruitori concretamente interessati, di sostenitori, di collezionisti.

Come nasce quindi la scelta di un artista che espone nella Galleria Gallerati?
L'importante, dunque, è distinguere chi giocherella da chi fa le cose seriamente. I visitatori sono tutt’altro che stupidi, e tuttavia si deve fare i conti con la loro pigrizia mentale, che è alla base della diffidenza di cui ho parlato. Siccome quelle artistiche sono di per sé espressioni difficili da decifrare per i non addetti ai lavori, il ruolo fondamentale del gallerista è di fare a priori una scrematura: eliminare tutto il ciarpame per dare a chi viene in galleria la certezza che quello che ci trova si poggia su un progetto molto onesto da parte dell'autore; anche se – è ovvio – per il loro risultato estetico e concettuale, le opere possono poi risultare gradite oppure no.

Come gallerista ti senti dunque più imprenditore o più appassionato d’arte?
Da gallerista mi sento artista. Chiaramente anche imprenditore, persona che deve fare i conti col mercato e con il fatto di restare a galla per non chiudere. Però dico di sentirmi più artista che imprenditore perchè sul piano concettuale – proprio in funzione del fatto che il gallerista si deve porre come responsabile di quello mette in mostra – concepisco la galleria stessa come operazione artistica. Ogni mostra è studiata nei minimi dettagli: è il frutto di una collaborazione totale tra me, l’autore e il curatore. Riguardo alla passione, devo dire che è una cosa diversa. La passione e l’entusiasmo stanno all’origine: sono i motori dell’energia necessaria per far girare la macchina organizzativa, però vanno tenute ai margini; c’è un momento in cui la razionalità deve prevalere. L’arte stessa non è – come erroneamente si tende a credere – il risultato di una specie di stato di ispirazione estatica perenne: l’arte è un mestiere che richiede disciplina, costanza e una nitida consapevolezza dei propri obiettivi e dei propri limiti.

Quali sono stati gli artisti che hai apprezzato maggiormente, tra quelli che hanno esposto nella tua galleria?
I due nomi che mi vengono prima di tutti in mente sono quelli di Anna Di Prospero e di Fabrizio Fontana. Anna l'ho ospitata per una personale nel maggio 2008, in occasione del Festival, scegliendola su una rosa di proposte che mi era stata fatta dagli organizzatori della manifestazione. Fabrizio Fontana è un autore del Salento che ho invece convocato io direttamente, dopo aver visto su internet alcuni suoi lavori, e ho organizzato una sua personale nel settembre 2008. Oltre al genere oggettivistico, che è quello più vicino al mio modo di fotografare, la linea della galleria si sta sempre più concentrando in due direzioni: quella che io chiamo ‘intimistica’ (consistente nel porre in campo se stessi come se si fosse degli attori, e allo stesso tempo dei registi, per ricreare situazioni visive che suscitino nell’osservatore una sensazione di autoidentificazione o comunque di condivisione) e quella ‘consumistica’ (volta alla riflessione su aspetti mediatici della società contemporanea, con chiare e evidenti allusioni al mondo della pubblicità, del commercio di massa, dei fumetti, dei giocattoli e di altre icone pop). Di Prospero e Fontana costituiscono finora i capofila della scuderia riguardo a questi due orientamenti.

Quale mostra è attualmente in corso?
‘U-Bahn’, di Günter Hoffmann, che attiene invece al primo dei tre generi prediletti dalla galleria: quello oggettivistico. Immagini molto geometriche, spesso simmetriche, quasi asettiche; a ben vedere non del tutto prive di un'interpretazione personale, perchè in realtà c’è anche il movimento, c'è la scelta di tempo, c'è una certa attenzione per aspetti che indugiano sull’architettura come pretesto scenografico, ma sono esplicitamente connessi alle persone che dentro l'architettura vivono. Questa serie sulle metropolitane d'Europa, che Hoffmann ha realizzato negli ultimi due anni, è molto interessante anche perché le opere che la compongono sono quanto mai non solo immagini, ma autentici oggetti. Insisto sempre sul fatto che la fotografia come arte debba essere concepita non solo come ‘raffigurazione’, ma anche come ‘costruzione’. In tal senso, io ho inventato una tecnica nuova: quella del doppio strato. I miei ‘Oggetti smarriti’, una serie di trenta opere esposte per la prima volta a Berlino nel 2005, sono formati da due piani sovrapposti: sono veri ‘oggetti fotografici’ composti di due pannelli. Günter Hoffmann usa invece il Diasec, una tecnica abbastanza consolidata, ma sempre sorprendente nei risultati: si tratta dell’inclusione della stampa fotografica tra una lamina di alluminio e un’altra di plexiglass, che genera effetti visivi di grande suggestione.

Su quali altri progetti stai lavorando?
A giugno si parteciperà alla nuova edizione del Festival Internazionale della Fotografia, con un'altra autrice giovane che si chiama Eva Tomei. Sarà una mostra di impostazione piuttosto tradizionale, con immagini di ricerca intimistica legate al tema del ricordo, e avrà per curatore il giovane Geoffrey Di Giacomo, che è un perfetto conoscitore delle dinamiche interne al sistema dell’arte contemporanea e che sta maturando una serie di esperienze curatoriali di altissimo livello.

Per concludere, vorresti dare alcuni consigli a chi si avvicina oggi al mondo della fotografia o a quello dell’arte contemporanea?
Fare il fotografo come artista è molto duro; ma se si è fermamente convinti, l’impresa può andar bene: si può vivere dignitosamente facendo qualcosa che realizza anche la propria personalità. Il consiglio principale, molto semplicemente, è di capire prima se lo si vuole davvero, e poi, se la risposta che arriva è ‘sì’, di non smettere mai di crederci. E un analogo suggerimento darei a chi volesse fare il gallerista. Se l’aspettativa è quella del guadagno, consiglio di aprire un negozio di telefonini o di scarpe, oppure una pizzeria. La forza di volontà, la pazienza e la perseveranza sono necessarie più del talento.


 
 
 

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