29 ottobre 2009

ARTE CINEMA | Vertigine by Otto Preminger

Carta d'identità
Titolo: Vertigine (“Laura” in lingua originale)
Regista: Otto Preminger
Genere: Noir
Anno di produzione: 1944


Vertigine” (“Laura” in lingua originale) di Otto Preminger del 1944 è da considerarsi un film noir per la figura inusuale del detective, ma anche per l'amore, se così vogliamo chiamarlo, tra il detective e la presunta vittima Laura che viene vista come una specie di figura fantasmatica. Il noir si può dire fosse influenzato fortemente dal surrealismo e sulla visione dei sogni, in cui si possono vivere le passioni oppure che possono assumere l'aspetto in un incubo. Spesso il sogno viene usato in questo decennio '40-'50 proprio per dare un senso di inquietudine allo spettatore, non si sa mai se ciò che viene mostrato sia reale o solo un sogno, il tutto strettamente legato all'inevitabile destino a cui va incontro il protagonista del film.


Trama:
Tutto il film gira intorno alla figura di Laura, interpretata da Gene Tierney, che sembra essere la vittima di un omicidio. Colpiscono subito delle tematiche forti, quali il desiderio legato all'erotico poiché la donna è voluta da tutti, anche il detective che sta indagando sulla sua morte sembra essere catturato dalla sua persona, come se la creasse nel sogno stesso, e la immagina esattamente come la vorrebbe, questo grazie soprattutto ad un ritratto che è posto sopra il camino della casa di Laura. La donna è appunto molto bella, benestante grazie alla sua carriera, porta spesso vistosi cappelli ed è sempre vestita alla moda, non stupisce che tutti si innamorino di lei.
Il detective Mark McPherson, interpretato da Dana Andrews, che si può dire sia il protagonista, è un uomo giovane dall'espressione neutra, non sembra particolarmente intelligente, gioca spesso ad un gioco stupido per bambini con delle palline. E' una persona che non ha rispetto, entra in casa della vittima e si comporta come se fosse a casa sua: si serve da bere, legge i suoi diari privati, addirittura quando arrivano gli indiziati gli offre da bere lui stesso. McPherson viene così a conoscere la vita di Laura e indaga con l'aiuto del mentore della vittima Waldo Lydecker, interpretato da Clifton Webb, che l'aveva lanciata nel campo pubblicitario essendo un giornalista ricco e di successo, poiché anche lui innamorato di lei. Lydecker è un uomo non più giovane dall'aria saccente e si presenta come il detective del giallo classico, cioè non un detective di professione, si avvale delle sue intuizioni e deduzioni logiche per risolvere il mistero. Tra lui e il vero detective è come se ci fosse una sorta di caccia all'assassino, indagando sul fidanzato di Laura (interpretato da Vincent Price) che si faceva mantenere da lei, e sulla zia, che sembrano compromessi nell'assassinio.
Verso metà film si scoprirà che la presunta vittima Laura non è morta, era andata fuori per il week end e la donna uccisa in casa sua era un'attrice altrettanto bella che aveva indosso il suo vestito. Così da presunta vittima agli occhi del detective appare come prima indiziata. Questo perché la figura femminile del noir appare sempre sospetta agli occhi dell'uomo, che adulato dalla femme fatale si ritrova accecato dalla passione, perdendo lucidità e spesso viene poi abbandonato al suo destino.



Inquadrature:
Nei titoli di testa ci appare da subito il ritratto di Laura con il sottofondo di una musica ammaliante, la “canzone di Laura” che rappresenta in questo caso il tema amoroso presente continuamente. Il film inizia con una voce fuoricampo che è tipica del noir, un segno di riconoscimento dal valore tragico. Spesso la voce appartiene ad un narratore intradiagetico, una persona morta a volte, o che sta per morire poiché già segnato dal suo destino; ma non è questo il caso. La voce appartiene a Mark McPherson il detective protagonista mentre indaga.
Si vede già dalla prima scena la pendola che chiuderà poi il film alla fine, è un elemento chiave perché al suo interno vi è nascosta l'arma del delitto.
Vengono usati i flashback per costruire la vita di Laura, in una scena vediamo il mentore che racconta al detective come ha conosciuto la donna. I flashback sono largamente usati nel noir, spesso rievocano sogni o fatti che non sempre sono accaduti veramente, una sorta di allucinazione. Come quando il detective si addormenta stanco davanti al ritratto della donna posto sopra il camino e lei poco dopo appare in carne ed ossa entrando dalla porta di casa. Sembra di assistere ad un sogno che si avvera, tanto che lo spettatore per i primi minuti non è molto sicuro che la cosa stia accadendo sul serio, o è semplicemente McPherson che sta sognando.
Le inquadrature sono piuttosto classiche, viene molto usata la soggettiva (cioè quello che vede il personaggio intradiagetico) tipica del decennio noir. Si può notare una certa differenza di inquadrature dalla prima parte rispetto alla seconda: finché si presume che Laura sia la vittima, c'è una specie di mistero che aleggia intorno alla sua figura che la rende quasi mistica. Si mostra spesso il ritratto come punto di riferimento chiave, quindi lo si guarda dal basso. Mentre quando lei torna a casa e si scopre che non è lei la donna che è stata uccisa, è il personaggio del detective ad assumere il comando, è lei guardata dall'alto e appare quindi meno affascinante di quanto lo era prima. Si può notare che il detective vede Laura come una donna in grado di prendersi cura del marito o fidanzato, sa cucinare, sa occuparsi delle faccende di casa, proprio come doveva fare la donna di quel periodo, il carattere di Laura si ammorbidisce: non è più la femme fatale che sa attirare tutti nella sua trappola. Anche per questo potrebbe sembrare che sia solo una fantasia di McPherson che la immagina e la vorrebbe così, quasi come se l'avesse plasmata lui stesso nel sogno.

2 commenti :

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