sabato 30 maggio 2009

CONCEPTUAL DESIGN | Feel the Difference!

Carta d'identità
Nome e cognome: NL Architects
Titolo: Feel the Difference
Dove: Slovak National Gallery, Bratislava
Link: http://www.nlarchitects.nl


Gli olandesi NL architects hanno progettato una potenziale pubblicità sulla facciata della Slovenská Národná Galéria in risposta all'attuale cartellone pubblicitario.

All'interno della galleria, lungo i 50m dell'edificio, è attualmente esposta una mostra sui lavori sviluppati dal gruppo di architetti chiamata Modernice!

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venerdì 29 maggio 2009

ARCHITETTURA | Flake House

Carta d'identità
Nome e cognome: OLGGA architects
Professione: Architetti
Titolo: Flake House
Dove: Frossay (Le Carnet)
Link: http://olgga.fr/



Flake House è una lunga cabina trasportabile in due pezzi dei francesi OLGGA architects.
Originariamente progettata nel 2006, la cabina verrà esposta dal 5 giugno al 16 agosto al Festival Estuaire 2009 a Nantes il prossimo mese.
L'idea era quella di creare un rifugio trasportabile, ma la flake house è diventata subito un oggetto cult e di design. Effettivamente, non richiedendo fondazioni e assumendo le sembianze di un mucchio di tronchi, è realmente trasportabile, ma non crediamo sia efficace come rifugio temporaneo per la mancanza di servizi igenici e di riscaldamento dell'ambiente interno.

Alla fine del festival la cabina verrà venduta all'asta su internet.

 
 
 

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giovedì 28 maggio 2009

ARCHITETTURA | Come recuperare tre silos

Carta d'identità
Nome e cognome: NL Architects
Titolo: Concorso per Silos abbandonati
Dove: Amsterdam
Link: http://www.nlarchitects.nl

A cosa potrebbero servire tre silos abbandonati una volta utili per il trattamento di acque di scolo?
Se vivi ad Amsterdam diventerebbero incredibili torri per climbing. Queste strutture sono il risultato di un concorso per determinare il loro migliore riutilizzo, vinto da NL Architects di Amsterdam. Le torri ora hanno superfici per rampicate sia all'esterno che all'interno, oltre, ovviamente, a spazi multiuso, ristoranti, uffici e spazi commerciali.

Bello no?

 
 
 

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mercoledì 27 maggio 2009

DESIGN | EyeStop

Carta d'identità
Nome e cognome: Carlo Ratti
Professione: Architetto/Ingegnere
Titolo: EyeStop
Dove: Firenze
Link: http://www.carloratti.com/


Il prossimo anno a Firenze si sperimenterà una nuova stazione autobus abbastanza innovativa, che farà del touchscreen il suo punto di forza. Il progetto è realizzato dal team del professore Carlo Ratti, direttore del Senseable City Laboratory del Massachusetts Institute of Technology. La fermata si chiamaerà EyeStop.
Si riuscirà ad essere informati in tempo reale sulle condizioni climatiche, il traffico urbano, i tempi d’attesa dei mezzi pubblici e si potrà anche interagire con i telefoni cellulari. Non è tutto: Con una grafica semplice ed intuitiva, i passeggeri potranno anche controllare la propria posta elettronica e condividere informazioni. L’intero sistema sarà alimentato tramite energia solare.

Quanto potrebbe resistere un'innovazione del genere alle barbarie di una grande città?

 
 
 

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martedì 26 maggio 2009

INDUSTRIAL DESIGN | IF

Carta d'identità
Nome e cognome: Qian Jiang & Yiying Wu
Professione: Designer
Titolo: IF Battery
Link: www.yankodesign.com

IF è una nuova batteria progettata dai designer Qian Jiang & Yiying Wu. Batteria e caricabatteria in un unico prodotto. Queste particolari batterie, infatti, per essere ricaricate non necessitano di nessun caricabatterie: basta semplicemente ruotare la linguetta verde, estrarre i due elementi metallici ed inserirli in una presa elettrica.
Il sistema ci permetterà così di ricaricare le batterie in qualsiasi posto senza bisogno di portare con noi ingombranti caricabatterie.
Grazie ad un piccolo OLED posto al lato della batteria, è possibile controllare il livello di carica e recuperare le batterie una volta avvenuta la completa ricarica.
Le batterie IF sono inoltre rivestite con uno strato polimerico isolante per garantire una maggiore sicurezza agli utenti.

Il sistema elimina sicuramente 
l'uso di caricabetterie, ma, ovviamente, necessita di più prese elettriche per caricare più di una batteria. Inoltre la versione attuale è compatibile solamente con le prese elettriche americane.


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lunedì 25 maggio 2009

INTERVISTA | Paola Casali

Carta d'identità
Nome e cognome: Paola Casali
Vive e lavora a Roma
Professione: Fotografa
Titolo: Mostra personale
Dove: Etablì
Indirizzo: Vicolo delle Vacche 9/9a Roma, Italy
Quando: dal 28 maggio 2009 al 4 giugno 2009
Vernissage: giovedì 28 maggio 2009 alle ore 19.00


La fotografa romana Paola Casali esporrà alcune delle sue opere presso Etablì: si tratta di 19 stampe fine art in edizione limitata.

Dove nasce la tua passione per la fotografia?
Ho sempre provato una grande attrazione per la fotografia e mi capita spesso di rivedermi bambina mentre osservo con timore e curiosità una buffa scatola, una fotocamera medio formato, che usava mio padre e che consideravo misteriosa, quasi magica. Poi con gli anni è diventato un amore senza fine.

Qual è il rapporto tra la fotografia e l’arte?
Questa è una domanda a cui riesco a rispondere solo in maniera banale. Lascerei, infatti, ai critici, ai galleristi, agli esperti la definizione di tale rapporto. Come ben sai, c’è anche chi distingue il fotografo/artista dall’artista/fotografo. Personalmente considero la fotografia un efficace mezzo di comunicazione con il dono della sintesi. Che sia arte o no, per me, non è determinante; se un’immagine riesce a trasmettere una sensazione o meglio ancora un’emozione, se coinvolge è Fotografia. Altrimenti ha lo stesso nome ma con l’iniziale minuscola.

Cosa rappresenta per te la fotografia?
Fa parte della mia vita, camminiamo insieme.

Ha un sogno nel cassetto che non hai ancora fotografato?
Non uno ma tanti.

Cosa cerchi di esprimere in un ritratto?
Provo a raccontare qualcosa delle persone. I ritratti non nascono mai hic et nunc; incontro i miei soggetti più volte, chiacchieriamo, ci ascoltiamo, li osservo con discrezione cercando di cogliere aspetti particolari e piano piano comincio ad immaginare il ritratto che potrebbe nascere. Gli scatti arrivano solo dopo che si è creata una sorta di sintonia con le persone, devo infatti “sentire” le persone che ritraggo, come mi è altrettanto necessario sentire la loro fiducia.

Secondo te un nudo può essere volgare o scandaloso?
 Secondo me un nudo non è mai scandaloso, invece la volgarità la si può trovare ovunque, nei comportamenti e negli atteggiamenti delle persone sia nude che vestite.

Ti ispiri a qualche maestro della fotografia in particolare?
Non lo so, se così fosse qualcuno sicuramente me lo avrebbe detto. Certamente ho tanti miti e tanti amori nel mondo della fotografia, ma penso sempre che ci sia unicità nella rappresentazione fotografica e la mia ammirazione è diretta proprio alle idee dei grandi maestri e alla loro capacità di realizzarle. Io cerco solo di esprimere quello che sento.

Ci vuoi svelare il tuo sogno nel cassetto?
I sogni nel cassetto sono tanti e ti ruberei troppo spazio, invece ti cito uno di quelli raggiunti: Les fleurs du ballet. Sognavo di fotografare la danza al di fuori del suo naturale contesto. Ho impiegato un paio d’anni per realizzare il sogno ma alla fine ci sono riuscita. Di quello che sta sulla strada della realizzazione te ne parlerò la prossima volta.


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domenica 24 maggio 2009

MADE ME SMILE | Cravatta PS




 
 
 

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sabato 23 maggio 2009

ARCHITETTURA | Balancing Barn

Carta d'identità
Nome e cognome: MVRDV and Mole Architects
Professione: Architetti
Titolo: Balancing Barn
Dove: Suffolk, UK
Link:
MVRDV
Link:
Mole Architects


Gli olandesi MVRDV e gli inglesi Mole Architects hanno progettato una casa per vacanze "a sbalzo" a Suffolk, UK.
Il progetto è stato commissionato da Living Architecture, e fà parte di una serie di case per vacanze che verranno realizzate in tutta l'Inghilterra e saranno disponibili per l'affitto.

La casa sarà praticamente invisibile dalla strada, il fronte sarà largo di soli 7m con un tetto a falda, suggerendo una piccola casa di forma tradizionale. Ma, tuttavia, il volume ha una lunghezza di 30m, a metà dei quali si affaccia a sbalzo sulla pendenza, in modo che il 50% dell'edificio risulti essere in aria. Un gioco di bilancio reso possibile grazie alla solida struttura dell'edificio. I lati lunghi dell'edificio sono ben coperti dagli alberi, preservando la privacy attorno l'abitazione, mentre gli esterni verranno coperti da materiale riflettente, in modo che l'edificio posso cambiare il suo aspetto esteriore in corrispondenza delle stagioni.

Fossi la bambina avrei qualche dubbio a giocare sull'altalena...
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venerdì 22 maggio 2009

INTERVISTA | Carlo Gallerati

Carta d'identità
Nome e cognome: Carlo Gallerati
Professione: Fotografo e gallerista
Link: www.carlogallerati.it


Artista fotografo, gallerista, libero docente e critico di fotografia, giornalista indipendente. Si occupa di fotografia dal 1985, come autore e in seguito anche come curatore di mostre e organizzatore di corsi e seminari. Nel 1991 ha fondato il Foto Club Roma, e nel 2006 il gruppo di ricerca artistica 06. Dal 2006 gestisce un proprio spazio espositivo nel quartiere Nomentano di Roma, dedicato a opere d’arte contemporanea con speciale riguardo alla fotografia. Come autore è attualmente rappresentato in Europa dalla Henrike Höhn Galerie di Berlino. Sue opere sono state esposte e pubblicate, in Italia e all’estero, in numerose mostre personali e collettive, e su diverse monografie di fotografia e arte contemporanea. Il suo modo di fotografare è quello che lui stesso definisce ‘oggettivismo istantaneo’, in linea con la tendenza documentaristica della Scuola di Düsseldorf, ma arricchito di considerazioni del tutto personali sia sull’impiego degli strumenti che sulla costruzione dell’opera finale. 

Chi è Carlo Gallerati?
Carlo Gallerati è un fotografo che ha sempre usato la fotografia per esprimersi artisticamente e che a un certo momento – cioè poco più di due anni fa – ha deciso di non fare più soltanto l'autore, ma di aprire uno spazio per mettersi a disposizione degli altri autori. Ho fondato una galleria, così, e l’ho chiamata come me: Gallerati.

Ci racconti quale è stata la tua evoluzione artistica nella fotografia?
Come autore di fotografia che opera anche su commissione, e quindi deve fare a volte lavori diversi da quelli che vorrebbe, cerco di adattarmi alle situazioni, alle richieste dei clienti. Come artista, invece, come autore che agisce per sé nel curare le proprie ricerche, ho un carattere, un modo di operare e di esprimermi che è piuttosto omogeneo e riconoscibile, direi fin dall'inizio. Sono orientato a un'osservazione oggettiva della realtà, perseguo cioè un criterio estetico di raffigurazione che è, almeno apparentemente, asettico e privo di interventi creativi da parte mia.

Quale poetica accompagna i tuoi progetti? Cosa vuoi raccontare con la fotografia? Qual è il tuo messaggio?
Rifletto sui luoghi e sugli oggetti tipici della vita dell'uomo contemporaneo, cioè su tutto ciò che riguarda la nostra stessa esistenza, e lo faccio con un’imparzialità dello sguardo che conduce a una forma di distaccata ironia. Per cercare di essere più chiaro: quando metto in scena alcuni fenomeni di massa, quindi legati alle abitudini consumistiche che riguardano un po’ tutti noi, lo faccio secondo un'osservazione che è esteticamente oggettiva, ma che aspira a invitare l’osservatore a una rilettura della propria condizione individuale e sociale, a soffermarsi con maggior spirito critico su quello che facciamo quando siamo tutti insieme in determinate situazioni collettive, oppure su quello che possono significare elementi o aspetti della realtà che normalmente diamo per scontati. Questo modo di fotografare, e la conseguente attrazione verso un certo tipo di soggetti, l’ho chiamato ‘oggettivismo istantaneo’: personalizzando con l’elemento dell’istantaneità gli insegnamenti della nota scuola tedesca di Düsseldorf. Sarebbe a dire che la mia maniera di fare fotografia oggettiva si distingue per il fatto di non dipendere dall’impiego di apparecchiature troppo complesse e sofisticate e per non essere necessariamente il risultato di pianificazioni particolarmente premeditate.

Ci sono dei fotografi del passato, o ancora in vita, che consideri tuoi maestri? In cosa ti hanno influenzato?
Ci sono molti fotografi che ammiro per il loro modo di pensare e di esprimersi. L'autore italiano che più mi interessava quando avevo meno di vent’anni, e il cui gusto della composizione e del colore mi ha molto influenzato, è stato Franco Fontana. Attualmente, come risulta chiaro da quanto ho detto prima, gli autori che più mi interessano sono quelli formatisi all’Accademia di Düsseldorf di Bernd e Hilla Becher: quindi fotografi come Andreas Gursky, Thomas Struth, Candida Höfer.

Qual è lo scatto al quale sei particolarmente legato e per quale motivo? Ti va di scegliere un’immagine dal tuo portfolio e di raccontarci cosa racconta?
Una fotografia alla quale sono molto affezionato la scattai agli inizi: nel 1986. 
Allora avevo diciotto anni, mi trovavo a Parigi, in una stazione della metropolitana che si chiama ‘Stalingrad’: agii proprio secondo il criterio che in seguito ho stigmatizzato nella teoria dell’oggettivismo istantaneo. Una foto oggettiva, geometrica, senza presenze umane né elementi dinamici, però al tempo stesso istantanea, cioè realizzata in una situazione movimentata e convulsa, decidendo e operando in poco tempo: aspettando di scattare nell’istante esatto in cui la scena appare vuota.

Su quali riviste sono state pubblicate le tue immagini?
Numerose. Sarebbe difficile elencarle. Voglio ricordare qui soltanto ‘Stalingrad’, che uscì su un numero di Zoom del 1989 in occasione della mia prima mostra personale. Ma è forse interessante ricordare anche una bella recensione pubblicata su Immagini Foto Pratica nel 2003: inaugurai una mia installazione fotografica permanente all’interno dì una chiesa di Roma e Roberto Mutti la presentò come il primo esempio al mondo di operazione artistica del genere.

Quale direzione prenderà in futuro la tua ricerca artistica?
Non prevedo significativi cambiamenti di rotta, perchè sono soddisfatto di quello che sto facendo. Il problema, come autore di fotografia, è per me adesso il tempo da dedicare alla produzione di immagini e alla creazione di opere, perchè da quando faccio anche il gallerista sono quasi completamente assorbito da questo nuovo aspetto del mio lavoro. Tuttavia posso confermare quanto già ho dichiarato in altre occasioni, e cioè che considero la stessa attività di gallerista come parte di una personale operazione artistica, e quindi che da gallerista mi pongo come autore non meno di quanto ho sempre fatto da fotografo.

Quanto può incidere la fotografia sui comportamenti sociali contemporanei?
La fotografia ha cominciato fin dall’inizio a incidere sulla vita delle persone. Ha modificato completamente il tipo di rapporto dell'uomo rispetto allo spazio e al tempo. È evidente che, rispetto a quando non esisteva questa maniera di riprodurre le immagini e di rivederle, esiste un modo di relazionarsi con la realtà che prima era del tutto impensabile. E il fenomeno è andato sempre più espandendosi e intensificandosi. Le immagini ferme sono qualcosa che tendiamo ormai ad accettare come elementi scontati della nostra esistenza, e spesso non essenziali, tutto sommato superflui. In realtà non ci rendiamo conto che non possiamo più farne a meno: come per l’elettricità, il telefono o l’automobile. 

Quindi ti riferisci più a una innovazione nell'informazione che a una funzione artistica e concettuale dell'immagine?
La fotografia ha sempre uno scopo comunicativo, sia che nasca per l’informazione sia che derivi da un intento più interpretativo e evocativo, come avviene in campo artistico.

Esistono dei punti da seguire per creare una buona fotografia?
Nei miei corsi e seminari cerco di schematizzare e sintetizzare i cardini del mio modo di fotografare, che in realtà non ho inventato io e non sono solo i miei: io li ho semplicemente messi in ordine. Si tratta di tener presenti cinque punti fondamentali: lo spazio, il tempo, la luce, l'autore e l'oggetto. E non è qui possibile altro che elencarli. In ogni caso, fare arte con la fotografia non significa necessariamente fare una buona fotografia: almeno non nel senso tecnico o manualistico dell’espressione. Il discorso è un po’ complesso. Dico sempre, per semplificare, che bisognerebbe prima imparare le regole e poi imparare a trasgredirle: i migliori fotografi, ma soprattutto i migliori artisti, sono autori capaci di trasgredire le regole meglio degli altri.

Il tuo insegnamento sembra un po’ ispirarsi al concetto di less is more: togliere quello che è superfluo per ottenere l'essenziale, quasi una fotografia minimalista.
Sì, certo: scartare il superfluo, togliere il più possibile per aggiungere significato. Più elementi di disturbo si eliminano dall’inquadratura e più l'immagine risulta netta, essenziale e interessante: più la forma è pulita e più il contenuto è attraente e leggibile. Del resto, c’è anche chi la pensa in modo opposto: ma la sfida è aperta.

Prima dicevi che la Galleria è nata da poco più di due anni. Come è sorta l'idea di creare questo spazio tutto tuo? E perchè?
L'idea è nata per dare visibilità a quello che faccio io, ma poi si è subito evoluta nell’intento di dare la precedenza a quello che fanno gli altri. Il lavoro di gallerista consiste principalmente nel selezionare gli autori, sia tra quelli che si propongono che tra coloro che decido io di interpellare e di convocare per un colloquio, e poi di valutare se e come esporre in mostra le loro opere. E, lo ribadisco, le mostre le intendo come opere anche mie: come artista, mi ritengo coautore dei singoli eventi e autore unico dell’operazione complessiva ‘Galleria Gallerati’. La conduzione della galleria è un mio work in progress artistico, una specie di performance comunicativa a tempo indeterminato. Non è un caso che lo spazio porti il mo nome: firmare i propri lavori non è un vezzo narcisistico, ma una precisa assunzione di responsabilità.

Quindi nella tua galleria non vedremo tue mostre personali.
È improbabile, ma non impossibile. Finora ho preferito continuare a esporre le mie personali in altre gallerie che si sono offerte di ospitarmi. Per esempio la storica AOCF58, dove ho installato i miei ‘Oggetti smarriti’ un anno fa, in occasione del Festival Internazionale di Roma.

Qual è la maggiore difficoltà che si incontra quando si decide di aprire uno spazio dedicato alle immagini?
Intanto bisogna avere il coraggio di rischiare: le gallerie cosiddette ‘affittacamere’ non fanno che rendere un pessimo servizio all’arte. Rispetto al pubblico, poi, la maggiore difficoltà, soprattutto per una galleria che si occupa quasi esclusivamente di fotografia, è quella di farsi capire. Mi riferisco al pubblico medio, quello meno esperto, magari anche di buona cultura ma che non si è mai interessato all'arte contemporanea e che spesso non sa neanche cosa sia. In Italia, e a Roma in particolare, il visitatore stenta ancora ad accettare la fotografia come fatto artistico; e allora bisogna ogni volta spiegare che la dignità dell'opera fotografica non è affatto minore di quella pittorica. La mentalità comune è ancora troppo ristagnante sull’idea della difficoltà della creazione artigianale, dell'abilità manuale come primo requisito nella realizzazione di un oggetto d’arte.

Perché ti riferisci in particolare a Roma e all’Italia? All’estero le cose vanno diversamente?
L’italiano medio, e il romano soprattutto, pretendono mille garanzie prima di azzardare un passo che li porti a spendere la sia pur minima cifra per acquistare un’opera di fotografia, o anche semplicemente un catalogo: tendono a diffidare, a temere ogni volta che ci sia dietro qualcosa di imponderabilmente poco chiaro. I visitatori stranieri invece – del centro-nord Europa, o americani, ma anche dell’Estremo Oriente – almeno per l’esperienza che ho potuto maturare finora, non hanno bisogno di troppe spiegazioni: se ritengono interessanti le opere proposte dalla galleria, e onesto il loro prezzo, non hanno la minima esitazione nel mettere mano al portafoglio. È un fatto culturale: negli Stati Uniti, in Inghilterra o in Giappone si va a visitare le mostre con lo stesso tipo di curiosità con la quale si girerebbe tra gli stand di una fiera o tra tra i banchi di un mercato: per osservare sì, ma anche con una sana propensione al possesso di qualcuno degli oggetti esposti. Da noi invece l’approccio medio alle mostre d’arte è quello che io chiamo della ‘pacca sulla spalla’: molti partecipano quasi per fare un favore all’autore o al gallerista, bevono un drink, snocciolano sorrisi e complimenti, e poi salutano. 

In questo momento, secondo te, il mercato quanto è disposto a seguire le tendenze artistiche, e in quale misura invece è l’arte ad assecondare il mercato?
Il punto, secondo me, soprattutto ai livelli medi, cioè di spazi giovani come il mio che puntano a proporre autori emergenti, è proprio quello della distinzione tra gallerie che cercano di lavorare seriamente e altre che si pongono sul mercato secondo un'impostazione che crea ulteriore disorientamento in un pubblico già distratto. In effetti la galleria deve assolvere a una precisa funzione sociale: quella di fare da filtro, di essere rigorosa nella scelta degli autori, per mettere sul mercato soltanto le proposte che ritiene davvero valide. Ovviamente, il corretto svolgimento di questo ruolo dipende dalla sensibilità del gallerista e dalla capacità dei curatori ai quali egli si appoggia. Gli autori devono essere seri, onesti, credibili e non degli improvvisatori: non degli artisti della domenica animati solo dall’ansia di esibirsi a ogni costo. Se una persona che mi si presenta come autore non sa innanzitutto spiegarmi perché si ritiene un artista, parte già con scarsissime probabilità di esporre una mostra. In mancanza di una tale rigidità nella selezione, non si fa che alimentare la diffidenza di quel pubblico ancora incerto, che si muove un po’ a tentoni nel mondo dell'arte pur avendo le potenzialità per diventare un pubblico di osservatori attenti, di fruitori concretamente interessati, di sostenitori, di collezionisti.

Come nasce quindi la scelta di un artista che espone nella Galleria Gallerati?
L'importante, dunque, è distinguere chi giocherella da chi fa le cose seriamente. I visitatori sono tutt’altro che stupidi, e tuttavia si deve fare i conti con la loro pigrizia mentale, che è alla base della diffidenza di cui ho parlato. Siccome quelle artistiche sono di per sé espressioni difficili da decifrare per i non addetti ai lavori, il ruolo fondamentale del gallerista è di fare a priori una scrematura: eliminare tutto il ciarpame per dare a chi viene in galleria la certezza che quello che ci trova si poggia su un progetto molto onesto da parte dell'autore; anche se – è ovvio – per il loro risultato estetico e concettuale, le opere possono poi risultare gradite oppure no.

Come gallerista ti senti dunque più imprenditore o più appassionato d’arte?
Da gallerista mi sento artista. Chiaramente anche imprenditore, persona che deve fare i conti col mercato e con il fatto di restare a galla per non chiudere. Però dico di sentirmi più artista che imprenditore perchè sul piano concettuale – proprio in funzione del fatto che il gallerista si deve porre come responsabile di quello mette in mostra – concepisco la galleria stessa come operazione artistica. Ogni mostra è studiata nei minimi dettagli: è il frutto di una collaborazione totale tra me, l’autore e il curatore. Riguardo alla passione, devo dire che è una cosa diversa. La passione e l’entusiasmo stanno all’origine: sono i motori dell’energia necessaria per far girare la macchina organizzativa, però vanno tenute ai margini; c’è un momento in cui la razionalità deve prevalere. L’arte stessa non è – come erroneamente si tende a credere – il risultato di una specie di stato di ispirazione estatica perenne: l’arte è un mestiere che richiede disciplina, costanza e una nitida consapevolezza dei propri obiettivi e dei propri limiti.

Quali sono stati gli artisti che hai apprezzato maggiormente, tra quelli che hanno esposto nella tua galleria?
I due nomi che mi vengono prima di tutti in mente sono quelli di Anna Di Prospero e di Fabrizio Fontana. Anna l'ho ospitata per una personale nel maggio 2008, in occasione del Festival, scegliendola su una rosa di proposte che mi era stata fatta dagli organizzatori della manifestazione. Fabrizio Fontana è un autore del Salento che ho invece convocato io direttamente, dopo aver visto su internet alcuni suoi lavori, e ho organizzato una sua personale nel settembre 2008. Oltre al genere oggettivistico, che è quello più vicino al mio modo di fotografare, la linea della galleria si sta sempre più concentrando in due direzioni: quella che io chiamo ‘intimistica’ (consistente nel porre in campo se stessi come se si fosse degli attori, e allo stesso tempo dei registi, per ricreare situazioni visive che suscitino nell’osservatore una sensazione di autoidentificazione o comunque di condivisione) e quella ‘consumistica’ (volta alla riflessione su aspetti mediatici della società contemporanea, con chiare e evidenti allusioni al mondo della pubblicità, del commercio di massa, dei fumetti, dei giocattoli e di altre icone pop). Di Prospero e Fontana costituiscono finora i capofila della scuderia riguardo a questi due orientamenti.

Quale mostra è attualmente in corso?
‘U-Bahn’, di Günter Hoffmann, che attiene invece al primo dei tre generi prediletti dalla galleria: quello oggettivistico. Immagini molto geometriche, spesso simmetriche, quasi asettiche; a ben vedere non del tutto prive di un'interpretazione personale, perchè in realtà c’è anche il movimento, c'è la scelta di tempo, c'è una certa attenzione per aspetti che indugiano sull’architettura come pretesto scenografico, ma sono esplicitamente connessi alle persone che dentro l'architettura vivono. Questa serie sulle metropolitane d'Europa, che Hoffmann ha realizzato negli ultimi due anni, è molto interessante anche perché le opere che la compongono sono quanto mai non solo immagini, ma autentici oggetti. Insisto sempre sul fatto che la fotografia come arte debba essere concepita non solo come ‘raffigurazione’, ma anche come ‘costruzione’. In tal senso, io ho inventato una tecnica nuova: quella del doppio strato. I miei ‘Oggetti smarriti’, una serie di trenta opere esposte per la prima volta a Berlino nel 2005, sono formati da due piani sovrapposti: sono veri ‘oggetti fotografici’ composti di due pannelli. Günter Hoffmann usa invece il Diasec, una tecnica abbastanza consolidata, ma sempre sorprendente nei risultati: si tratta dell’inclusione della stampa fotografica tra una lamina di alluminio e un’altra di plexiglass, che genera effetti visivi di grande suggestione.

Su quali altri progetti stai lavorando?
A giugno si parteciperà alla nuova edizione del Festival Internazionale della Fotografia, con un'altra autrice giovane che si chiama Eva Tomei. Sarà una mostra di impostazione piuttosto tradizionale, con immagini di ricerca intimistica legate al tema del ricordo, e avrà per curatore il giovane Geoffrey Di Giacomo, che è un perfetto conoscitore delle dinamiche interne al sistema dell’arte contemporanea e che sta maturando una serie di esperienze curatoriali di altissimo livello.

Per concludere, vorresti dare alcuni consigli a chi si avvicina oggi al mondo della fotografia o a quello dell’arte contemporanea?
Fare il fotografo come artista è molto duro; ma se si è fermamente convinti, l’impresa può andar bene: si può vivere dignitosamente facendo qualcosa che realizza anche la propria personalità. Il consiglio principale, molto semplicemente, è di capire prima se lo si vuole davvero, e poi, se la risposta che arriva è ‘sì’, di non smettere mai di crederci. E un analogo suggerimento darei a chi volesse fare il gallerista. Se l’aspettativa è quella del guadagno, consiglio di aprire un negozio di telefonini o di scarpe, oppure una pizzeria. La forza di volontà, la pazienza e la perseveranza sono necessarie più del talento.


 
 
 

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giovedì 21 maggio 2009

FOTOGRAFIA | Isolina e le altre...



"Isolina e le altre..." è questo il nome del progetto che affronta il tema della violenza sulle donne. Venerdì 22 maggio 2009 l’inaugurazione sarà fatta presso la Galleria Montoro in via Montoro, 23 a Roma, che ospiterà la mostra fino al 30 maggio 2009.

In questa edizione undici artisti presentano i loro progetti sulle molteplici problematiche che le donne si trovano ad affrontare.

"Le violenze sulle donne sono purtroppo un tema di grande attualità: violenze che non si esauriscono con la semplice definizione di percosse o violenze fisiche, perché è violenza anche il ricatto morale o affettivo, è violenza la pressione psicologica, è violenza il plagio, il dileggio, l’aggressività verbale: è violenza ogni volta che il più debole o il più fragile tra due o più individui subisce una sopraffazione di qualunque genere. Sono ancora troppo spesso le donne le vittime di queste sopraffazioni, complice un retaggio culturale difficile da cancellare del tutto e per sempre, che spesso impedisce persino a sé stesse di giungere alla consapevolezza di essere vittime. In una società altamente competitiva, frenetica e schizofrenica come quella in cui viviamo, il tempo per riflettere e guardarsi intorno è sempre più ristretto. Sempre più difficile è comprendere e individuare dov’è il limite della "normalità" e sovente le vittime sono così "invisibili" da non essere nemmeno "visti" in quanto individui, figurarsi in quanto vittime. Pur partendo dalle donne, la riflessione si estende a tutti indistintamente, perché viviamo circondati di anziani, bambini, indigenti, malati che quotidianamente subiscono "violenze" a vario titolo e in varia forma e che inconsapevolmente avalliamo non sapendo guardare o non volendo vedere. Fermo restando che non è compito dell’artista quello di fornire soluzioni, crediamo che l’arte sia viva quando è pienamente integrata nel suo tempo e capace di vedere oltre ed in profondità. E’ viva quando sa generare domande, suscitare riflessioni nuove, fornire nuovi punti di vista, scuotere le coscienze in un’ottica di confronto e dialogo costruttivo di una società più consapevole e matura".


Gli undici artisti che parteciperanno sono: Antonella Avataneo, Arianna Bonamore, Marta Fornari, Eliana Frontini, Antonio Massimiani, Laura Micheli, Daniela Nasoni, Cristiana Pacchiarotti, Raffaella Simone, Patrizia Valcarenghi, Clarice Zdanski.

Info +39.320.45.71.689

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mercoledì 20 maggio 2009

PRODUCT DESIGN | Wall Mounted Bottle Opener by Thomas C. Hamilton

Carta d'identità.
Nome: Wall mounted bottle opener
Design by Thomas C. Hamilton
Marchio:
Design Within Reach


In pillole.
Il 1° aprile 1925, Thomas C. Hamilton è stato rilasciato il brevetto Numero 1534211 per il suo stappabottiglie. Questo progetto è di estrema funzionalità. Con due semplici viti si fissa al muro e trova il suo impiego migliore in cucina o nei bar. L'idea è ingegnosa!

Link di riferimento

 
 
 

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martedì 19 maggio 2009

IN DIECI PAROLE | Fiammetta Bruni

Carta d'identità
Nome e cognome: Fiammetta Bruni
Data e luogo di nascita: Roma, 28 agosto 1961
Professione: Artista/Fotografa


Ci siamo ritrovati spesso a sfogliare le pagine de "La factory di Fia" per trovare nuove idee, per scoprire nuove immagine, ma per riposare un pò la mente prima di partire per un nuovo progetto. Fiammetta Bruni si descrive nel suo sito dichiarando di voler fare espressione. "La Factory è espressione senza una traccia precisa , un po’ scomposta, frutto di una evoluzione e come tale incompleta, espressione di una sorpresa continua, bizzarra, intuitiva, a volte casuale, che mi diverte".

Ecco come si descrive in dieci parole.


Creatività: E' la mia sintesi di uno stupore e una curiosità per tutto ciò che ti ritrovi intorno. Sintesi di oggetti che vedi e tocchi ogni giorno, immaginare la possibilità di modificarli, di farli propri, di personalizzarli. La voglia di personalizzazione é quello che ogni essere umano fa per lasciare tracce di sé, tracce che siano diverse da altri, anche se si trova ispirazione proprio attraverso le cose degli altri, ma se hai dentro la tua creatività, pure ispirandoti, finisci per voler firmare le tue cose.



Espressione: E' la libertà di realizzare con un qualsiasi mezzo espressivo, appunto, ciò che tu hai ricercato prima all'interno di te; la fotografia è il mezzo che con lo scatto mi permette di realizzare la mia espressione, la pulsione che mi porta a “fare vedere” cosa ho visto prima dentro me. Il bambino che fa uno scarabocchio e sostiene essere mamma o papà o casa esprime un concetto con la sua espressione.



Idea: A volte idea ed espressione sono l’una la conseguenza dell’altra. La voglia di esprimere ti porta a chiedere cosa e con che cosa vuoi esprimere. Trovato che cosa e con quale mezzo, l'artista comincia a lavorare sull'idea. 
L'idea mia che ricorre e che sta alla base é sempre una: rappresentare un oggetto inserendolo in un contesto diverso dal suo utilizzo, e successivamente trovare associazioni cromatiche o per forme con altri oggetti, per scoprire che nelle piccole cose e nei frammenti delle immagini ce ne sono altre che non percepisci abitualmente. E poi c'é un aspetto che é fondamentale in questo "apprendistato espressivo"! Espressione questa che vorrei approfondire meglio. Mi piace pensare ad un percorso che viene fatto e non ad un punto di arrivo, mi piace pensare che un'artista percorra evolvendosi e cambiando più o meno consapevolmente verso l'arte. Ma avere l' illusione o la certezza di non arrivare mai. Questo é la Factory per me. Questo é quello che faccio e che ho come obiettivo: condividere un cammino con gli altri. A volte mi chiedono consigli su questo tipo di immagini, come ottenerle. Non rispondo volutamente in termini tecnici. Perché vorrei che lo scoprissero da soli, che lo ottenessero cercando. Mi piacerebbe che alle persone venisse voglia vedendo le mie immagini di esplorarsi e di provare a creare per divertirsi. Per me il momento in cui fai qualcosa é quello in cui stai bene, non dopo, non mi importa sapere se piacerà o meno, é quando lo faccio.



Divertimento: E' l'interagibilità con gli eventi. Forse é la cosa che mi diverte di più: il piccolo set allestito sul balcone di casa, un tavolo, dei pannelli bianchi e... la luce, l'ombra, il sole, la pioggia, il vento. Il vento che sbaracca via tutto quando meno te lo aspetti, che ti sposta il fiorellino messo proprio lì o il moscerino che vaga fannullone e si posa sul tuo dolce o le formiche rosse. Vedermi prendere come fossero dei giochi gli attrezzi del mestiere, allestire il tutto come se stessi giocando con le costruzioni e rimettere tutto a posto, appagata, é una sensazione divertente. Se una persona continua a giocare, diventa un'artista, in qualsiasi campo.



Gastronomia: Tendenzialmente anoressica mi sono ritrovata per amore a scoprire la differenza tra un finocchio e un carciofo e collaborare nel sito di rocco e i suoi fornelli. I suoi piatti mi passano sotto il naso caldi e fumanti, profumatissimi. Rocco prepara sempre una forchetta prima dello scatto e dice: "Assaggia, devi capire di cosa stiamo parlando". In questo caso le foto rispecchiano più la sua esigenza grafica di sito di cucina. La mia gastronomia, invece é collegata all'idea iniziale di inserire il cibo o l'alimento in un posto diverso, collocarlo "fuori" dalla cucina dove normalmente é inserito. 

Il cibo diventa un oggetto prezioso in mezzo ad una sottoveste, che dimentichi su uno spartito o un libro, per esempio, o associato ad una immagine di donna, questa idea mi ha regalato una grande soddisfazione proprio in questi giorni. Mi sono chiesta: se fossero cibo, le icone mondiali di femminilità e fascino, indiscusse, la Monroe, la Haudrey la Lady Diana, che cibo sarebbero? 
Tortellino la Monroe, così piena e generosa, rotonda e casareccia, ciliegia la Diana, il colore delle sue labbra e la freschezza della ciliegia che sembra appoggiarsi alla guancia. Cassatina raffinata e glamour la Haudrey
E' tra le composizioni quella che amo di più e che é stata scelta come copertina di un libro di recente pubblicazione. Questo qui. Sono ancora stordita per questa cosa, per me molto importante. Se penso che spesso mi sono ritrovata ad acquistare libri, non conoscendo l'autore, solo per essere stata attratta dalla copertina, capirete cosa intendo. Immaginare che curiosando in libreria qualcuno si soffermerà ad osservare le mie due cassatine maliziose avvolte nella seta, mi provoca un brivido delizioso. Mi piacerebbe incontrare l'autrice.


Ispirazione: E' ovunque, ormai é dilagante nella testa. Basta guardare.



Passione: Dopo tutto il precedente é quell'impegno che ti porta a non accontentarti mai del risultato. Non essendo nata fotografa in senso tecnico, se vuoi migliorare devi studiare. E in questo ci devi mettere passione. Credo di aver fatto un percorso inverso rispetto ai veri fotografi.



Poesia: E' l'anima dell'artista. Ognuno ha la sua poesia, romantica, cattiva, tormentata, noir, nostalgica. Girando in rete trovo lavori incredibili di fotografi anche improvvisati ma animati prepotentemente della poesia dei loro grigi, dei loro colori, dei loro definitissimi contrasti. La mia? Nostalgica, sicuramente, romantica ma anche colorata, positiva, ironica, anticonvenzionale, la ricerca di un passato lontano nei ricordi, il senso della crescita. Le ragazze di ginnastica artistica mi hanno riempito il cuore per qualche giorno, il riscoprire il valore delle piccole cose.



Arte: E' il sesto senso. La sublimazione degli altri cinque. Da ciò nasce un buon profumo, un buon vino, un piatto speziato, una pittura travolgente, una foto immediata. L'immediatezza della fotografia mi porta a considerarla in questo momento l'espressione di una meraviglia, quella impattante che dopo la prima occhiata che rivolgi immediatamente senti uscire l'espressione: bella!



Immaginazione: Mi piace il dettaglio sospeso nella nebbia, nel vuoto, così che l'immaginazione si nutra di domande: cosa ci sarà dietro, non si vede... una forma, una sagoma o un colore sfumato. Si immagina. Sospensione, senso di vuoto, incompletezza. Profondità di campo maggiore per immaginare di più. E anche l'imperfezione, strappo per le convenzioni.


lunedì 18 maggio 2009

PRODUCT DESIGN | Curve by Akemi Tanaka

Carta d'identità
Nome: Curve
Design by Akemi Tanaka


In pillole
E' un letto a muro per animali da compagnia, un profilo sottile che permette una scelta per il tipo di legno e di tessuto, Curve può essere montato in qualsiasi punto della parete con massima flessibilità. La forma e la curvatura cuscino offrono all'animale domestico il comfort e la sicurezza necessaria per dormire. Ideale per cani e gatti di piccola taglia. Idea originale!


 
 
 

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domenica 17 maggio 2009

SHOWROOM | MIA viadiripetta

Carta d'identità
Nome: MIA
Dove: Via di Ripetta, 224 Roma Italy
Link:
www.miaviadiripetta.com


"Mia è un salotto, un contenitore di suggerimenti per la casa, una home gallery, un emporio di modernariato, un luogo dove tutto è a portata di mano, dagli oggetti ai libri: un disordine simmetrico di cose affastellate con ottimo gusto nell'ex convento di via di Ripetta.
Un punto di riferimento per chi cerca idee nuove e pezzi unici, un modo per mettere in contatto i romani con i designer internazionali più esclusivi. Si trovano pezzi di Piet Hein Eek, l'olandese che progetta e costruisce esclusivi arredi da vecchi parquet e legno riciclato, pezzi di Maarten Baas, l'originale e giovane designer che brucia i classici del design, pezzi di designer africani come Diallo e Petot, oggi ammirati e seguiti da designer come la Urquiola e Navone, e tanti pezzi degli anni 50 di De Carli, Ico Parisi, Castiglioni e sconosciuti straordinari. Recupero a tutto tondo e gusto per i particolari sono i tratti particolari di questo spazio, ambizioso e unico a Roma". Questa è la descrizione con cui MIA si presenta sul suo sito.

MIA è uno showroom dove il design viene ospitato in un palazzo storico sul tevere. Tra prodotti e complementi d'arredo c'è spazio anche per pezzi a tiratura limitata, una selezione personale di pezzi vintage e design contemporaneo. Tra i vari oggetti di design spiccano i prodotti dei designer olandesi, oltre ai vari pezzi provenienti dall'Africa, come specchi e bottiglie senza dimenticare prodotti handmade!
Se anche non si è interessati all'esposizione di certo non si può evitare di apprezzare la struttura di tutto lo spazio, un ex convento che non ha rinunciato agli ampi volumi ed in particolare alle grandi altezze, ai soffitti, ai rivestimenti e ai pavimenti mantenuti originari.
MIA è anche un bookshop dove si possono trovare riviste di design, giardinaggio o cucina, con particolare attenzione alla cura dei dettagli e alle decorazioni. Tutti i libri rispecchiano la filosofia di MIA in cui emergono spunti e suggerimenti per riadattare e dare un nuovo uso ai mobili vecchi creando ambienti nuovi, freschi e solari. Oggetti utili, indispensabili o semplicemente piacevoli, possono essere scelti per la lista nozze. Molto utile la possibilità di poter consultare l'intero elenco della lista nozze direttamente dal sito.
In un contesto così curato, divertente e piacevole non mancheranno spunti creativi e nuove idee per arredare la propria casa o semplicemenre un modo per rigenerarsi ammirando forme e colori creativi. Un contenitore emozionale che non può mancare tra gli i luoghi da visitare di un vero cool hunter.

Link di riferimento 3

 
 
 

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sabato 16 maggio 2009

MADE ME SMILE | Tumble by go.lo.gor.sky.STUDIO

Carta d'identità
Nome: 
Tumble
Design by GO.LO.GOR.SKY.studio


In pillole
E' una sedia propone di essere capovolta in modo giocoso. Made me smile.


 
 
 

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