21 settembre 2013

DIARY 2.0 | Nel parco senza copertura - 04

© brunifia
-"Parlaci!" Gli usciva dalla pancia quell'esortazione accompagnata dal movimento delle braccia che si allargavano e dal tono baritonale in do minore, con le quattro P iniziali a suggellare un invito imperativo da messia. "PPP ARR LA CI!". Lei lo guardava sorpresa ogni volta che esplodeva con i suoi: "Andiamo", "facciamo", "parliamo", "muoviamoci"!

Lei lo aveva atteso da un'ora circa; il corpo molle spalmato sulla panchina di tanto in tanto le restituiva un dolore acuto che la costringeva ad assumere un'altra posa.

Lui la raggiungeva frenetico dopo aver mangiato di corsa una carota e una zucchina cruda affettata con la mandolina.

Vedendolo arrivare decideva di non andargli incontro perché voleva godersi il suo incedere flemmatico ma risoluto. Aveva l'età giusta per tenere tutto sotto controllo, pensava.

Appena vicini si baciavano come bambini dell'asilo e lui cominciava a farle vedere i calzini da lavoro, i jeans da lavoro, le ginniche caro ricordo del padre; la invitava ad annusare una parte del collo per sentire un eventuale puzzo di sudore: erano felici, ma lui non riusciva a tenersi sospeso come cercava di trattenerlo lei ogni volta che spazientito si grattava sotto il sole che a tratti usciva prepotente dalle nuvole bianche. Lei sorrideva della circostanza di trovarsi in un giardino perfetto, in un giorno perfetto, sospesa in una bolla che li teneva lontani dal mondo: aveva deciso di fargli vedere dove lei passava le giornate quando non erano insieme, così che lui potesse immaginarla nei rari momenti di solitudine.

La sospensione durava poco. Quel "Pelatodagliocchidabirba" poco prima se ne stava sdraiato sul prato con la vistosa pancia all'aria, ma lei aveva notato solo la pancia.

Passava una ragazza con un vaso di fiori in mano, scomparendo nel viale a destra, vicino la giostrina essenziale di cavallini fatti con i pneumatici.

Questo aveva notato lei.

Lui invece aveva notato un certo trafficare di "Pelatodagliocchidabirba" intorno ad una bicicletta solitaria poggiata tra i rami di una siepe; finalmente una scusa perfetta per sgranchirsi le gambe, pensava tra sé, allungarsi e sporgersi più volte con aria sospettosa e accusatoria che non passò inosservata a "Pelatodagliocchidabirba", passando davanti a loro e sentendosi osservato cominciava ad emettere qualche suono vocale.

I due si guardavano: "che vole questo? ettelo dico io che vole questo", parlavano con gli occhi, impacciati ma decisi ad affrontarsi. Lei non capiva cosa stesse accadendo, lui cercava di spiegarle bofonchiando invano. Il primo fu "Pelatodagliocchidabirba", con il mento all'insù, scuotendo la testa in un dialetto milanese: -"beh... che l'é che c'ha da guardare?" - "che c'ho da guardare... direi che la bicicletta, mi sembra che non sia la sua, ho visto una ragazza su quella bicicletta".

- "ora glielo spiego io... - cominciava il milanese"Pelatodagliocchidabirba": - quella lì tutti i giorni passa, scavalca il muro ed entra nella villa là dentro, e si porta via un vaso, ogni giorno se ne ruba uno... ora non è che sia per il valore del vaso, ecco, ma non lo trovo giusto appropriarsi delle cose degli altri; mentre parlava il milanese "Pelatodagliocchidabirba" apriva gli occhi da birba, gli si illuminavano, si infervorava, forse un poliziotto senza divisa, pensava lei... "voglio presentarmi davanti a lei con la sua bicicletta per farle capire che chiunque si può appropriare di una cosa non sua..."

- "PARLACI ... ma certo! Parlaci!".

"Pelatodagliocchidabirba" saliva sulla bicicletta non senza difficoltà deciso ad affrontare la ragazza. Cominciavano molto presto gli insulti. Dapprima sommessi e trattenuti, poi esplosivi nelle corde vocali. Dalla loro panchina, cominciavano a ridersela: la ragazza era di gran lunga più inferocita di "Pelatodagliocchidabirba".

- "Ma come te permetti de prenne la bicicletta mia! IO rubare i vaaaasi!? IO je do l'acqua alle piante che stanno a morì, le porto via dalla villa e le metto qui, dove c'é l'acqua, 'n vedi questo, damme sta bici mia... me so bucata pure i talloni coi chiodi e me so fatta 4 buchi di antitetanica al culo per quelle piante... nun te permette..." e lo rincorreva, tornava indietro, quasi gli tirava la bici addosso, era infuriata. Lui si agitava sulla panchina, guardava la scena ammaliato, la ragazza gli piaceva, che fervore... c'avrà la tempra... pure lei... non aveva rubato nulla, si dispiacevano di aver creduto ad una simile improbabile fandonia, sollevati all'idea che fosse coraggiosa e insolente nel difendere il suo territorio come un gattaccio in calore. La ragazza passava davanti a loro, alla loro panchina, ricominciando a chiarire la storia del vaso rubato etc... etc... cercava conforto, forse.

Poco dopo ricompariva con due nespole tra le mani, una più piccola e una più grande. Senza dire nulla la offriva a lui e a lei, che la guardavano ammirati, come di fronte a un'eroina.

Lei pensò che la grandezza diversa delle nespole celasse la volontà di donarne due, anche se forse la più piccola fosse meno matura.

Dovevano essere due, come loro. Un pensiero carino. Per la prima volta si sentiva due.

Tempra    

"Ho scritto".
"Hai scritto?".
"Sì, qualcosa"... "Io scrivo sempre, ho sempre scritto sempre".
Tirava fori dalla zaino una volumetto con l'elastico. Enfatizzava tutto.
Un gesto apparentemente e necessariamente collegato al successivo della lettura.
Prendeva il volumetto come fosse una piccola Bibbia, una cosa preziosa, portando il corpo a
sinistra e tenendolo con le due mani aperte a conca, toglieva l'elastico. Tutto piuttosto lentamente,
per prolungare l'attesa importante e la curiosità farneticante. Non trovava mai la pagina che cercava.
Tempra voleva togliergli dalle mani l'involucro di parole, ma si conteneva dal farlo e aspettava che Mitico si decidesse a trovare quello che voleva leggerle. Sì. Mitico leggeva, una volta che aveva deciso cosa fosse da leggere, lo faceva. Si interrompeva a volte, non riconoscendo la sua grafia.
Al suo posto subentrava Tempra smaniosa, allungando verso di sè il volumetto, mentre Mitico
sorvolava sulle frasi incostanti e illeggibili, Tempra pensava che dietro le scritte indecifrabili,
proprio in quelle, si nascondessero i pensieri più complessi, quelli cupi, quelli cattivi, da tenere segreti,
rivelatori, che bisognava decifrare, frammenti di grafia frettolosa che, ne era certa, proprio quelli fossero degni della voglia di farsi male.
Mitico riprendeva a leggere, come un oratore antico.
Tre pony con la coda tagliata di netto trainavano un carretto. Distrazione.
"Avresti dovuto fare l'attore".
Leggeva, alzava la voce, si infervorava, abbassava il tono. Di tanto in tanto la guardava di lato. E riprendeva.
Poi richiudeva e riapriva un' altra pagina.
"Non metti le date, io invece lo faccio sempre, data e l' ora!".
Tre Pony con la coda tagliata di netto trainavano un carretto. Distrazione.
"Ma se non guardi il cavallo mentre stai sopra il cavallo, che ti ci porto a fare?" diceva la mamma al bambino cavalcioni sul pony. Sorriso e distrazione.
"Oggi i miei calzini non mi piacciono".
"Sono calzini".
"No, sembrano calzini da prete".
"E perché ? Come sono fatti i calzini da prete?".
"Sono così!".
"Così come? Io Vedo solo un paio di calzini senza lavorazione, lisci! Sono calzini lisci e grigi".
"Da prete!" e nel dirlo si accarezzava la caviglia.
"Vedi? Sono proprio da prete!". E rideva.
La panchina perfetta nel giardino perfetto li accoglieva all'ombra di cedri del Libano e ascoltava.

Tempra    

© brunifia
"Guarda che qui non c’è copertura".
"Ma che dici, se guardi bene hai tre tacche"
Eravamo appena entrati, non in un bunker, ma nel parco vicino a Porta Ardeatina, dove per fortuna oltre all’elettromagnetismo pervasivo gira anche un bel po’ d’aria e di persone.

"Ma non parlo del telefonino, dico delle panchine, non ce n’è una all’ombra; ti dovrai mettere il cappellino visto lo stato critico della tua capigliatura".
"Spiritosa, attenta e spiritosa. Non immaginavo che ti rifiutassi di usare il lessico corrente. Ormai quando uno dice copertura, si riferisce soltanto al segnale telefonico. E invece tu no eh!"

Di panchine nel parco ce n’erano una quindicina tutte molto solide, insolitamente lunghe e basse, pensate giuste per quel piccolo parco, comode e discrete, ben tenute e ospitali, proprio come quel bellissimo parchetto.
Di alberi che facevano ombra ce n’erano tanti, ma di panchine all’ombra soltanto 2.
Bisogna dire anche che erano le 13, cioè mezzogiorno di sole, e questa è un’altra bella differenza con le onde elettromagnetiche che sono sempre uguali, ci sono sempre e ti fanno pure male.

"Visto che il sole non ti impressiona e che sentire parlare italiano ti infastidisce io me ne torno a casa, mi metto comoda e mi ripasso il vocabolario. Ciao".

Ne sono passati di anni e quanti capelli; venivo qua che ero ragazzo e il motivo era sempre quello; stare in un bel posto dove intrecciare amore e dialoghi con qualcuna che, come me, cercava qualcosa.
Di posti così a Roma ce ne sono, o meglio ce n’erano. Villa Celimontana è stata consacrata ai bambini e allo studio; Villa Paganini, tra incertezze sul Parco concerto, il Parco Museo è diventata il deserto dei Gobi. E come loro anche altre che hanno subito le destinazioni ad uso turistico pensate dal sindaco di turno, o dal comitato di quartiere incazzato per il degrado e poi costretto a trattare sui ritorni economici del parco, sui costi da sostenere.
Per non dire di quelle che prese d’assalto da coppie in cerca di sesso, magari facile, sono state chiuse per motivi di sicurezza.

Qui invece sembra che il servizio giardini si preoccupi soltanto di tener in ordine, di curare gli alberi e di fare in modo che chi viene abbia il gusto di non chiedersi "che cosa ci sto a fare", ma soltanto di godersi la sospensione temporale di quel posto immerso nella quiete e nella bellezza.

Niente di particolare appunto, uno spazio che fa quello che deve fare.

E’ meglio che mia moglie sia andata via, sarei stato un po’ a disagio con lei qua dentro, e ci voglio restare, anche se sono solo.

Parlavamo di campi elettromagnetici e forse mi sono un po’ suggestionato, perché mi sento come un polo di una batteria che cerca la sua linguetta di alluminio per liberare la sua energia.

Cammino, la villa è piccolina, ma c’è una specie di collinetta che nasconde la parte più alta, che porta all’altra uscita.
Vado in quella direzione e vedo su una panchina al sole, una signora? Una ragazza? Ha le gambe allungate e le spalle appoggiate sullo schienale e si sta godendo tutto. Il parchetto, il sole, ma anche qualcos’altro, è troppo beata, è sola, e anche se non la vedo bene, è bellissima.

Mi attrae, mi confonde.
Arrivo alla panchina.
La mia batteria mi sta chiedendo di agganciarla a qualche cosa, e le parlo.
"Buongiorno, se mi siedo interrompo il suo stato di beatitudine?"
E mille pensieri velocissimi partono dalla stessa rampa di cervello in contemporanea.
(Manco fossi un lord inglese; è una signora, è molto bella non mi ero sbagliato; mi prenderà per un provolone; sto sotto shock, sembra avere 30 anni)
Lei si gira, mi guarda e tutto insieme apre occhi, e sorriso.
Mi accoglie, addirittura mi allunga la mano per prendere la mia e accompagnarmi a sedere più vicino a lei.
Iniziamo a parlare. Ridiamo delle vite che ci stiamo raccontando, e, un momento di estasi e di silenzio; ci baciamo.
Le scosse che sentivo quando, parlando, per sbaglio le sfioravo la mano, il braccio, i pantaloni diventano un'onda alta 5 metri che mi prende e mi gira e rigira e mi porta dove vuole.
Lei si stende sulla panchina e appoggia la sua testa sulle mie gambe.
Ci amiamo, ci ameremo, e ci conosciamo da sempre.

Da sempre a Villa Scipioni che come me, come noi due adesso, continua a fare quello che doveva fare, una cosa bella e semplice.

Mitico    

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