16 settembre 2013

INTERVISTA | Alessandro Di Sorbo: "Mi piacciono le cose fatte in maniera non convenzionale"



Una piccola casa editrice siciliana a caccia di talenti, VerbaVolant, scopre Alessandro Di Sorbo, gli dà un divano dove far riposare la sua fantasia cavalcante e un armadio dove tenere chiusi i mostri che sbucano dai cassetti della sua scrivania di serio ingegnere informatico. Di Sorbo inizia il suo iter nel mondo dell’illustrazione e dimostra fin dalle prime pubblicazioni un tratto delicato e un’attenzione alla costruzione rappresentativa legata all’immaginario d’oltralpe.

Di Sorbo è sofisticato e fresco, una contraddizione che non poteva suscitare attenzione.

 Il tuo ultimo progetto è un libro “da parati”: Il mare chiuso è l’apripista dell’ultima collana editoriale della casa editrice VerbaVolant. Il libro si dispiega, ma non viene sfogliato, si apre in un modo e si chiude in un altro. Assieme alle parole di Alessio Di Simone hai disteso un libro e chiuso il mare, ti piacciono le cose fatte “al contrario”?
Mi piacciono le cose fatte in maniera non convenzionale. In tutti i campi, dalla musica alla letteratura, i miei artisti preferiti sono tra quelli che coraggiosamente si avventurano per strade mai battute, a tracciare percorsi per quelli che verranno dopo. La ricerca e l’originalità sono, per me, componenti fondamentali della voce di ogni artista.
Il mare chiuso è stata una sfida: concepire un libro su un unico foglio tipografico che potesse essere incorniciato e appeso a parete come una stampa d’autore. Ho cercato di immaginare un’opera che avesse senso solo in questa veste: l’idea di partire dal “mare chiuso” per finire in “mare aperto” ci è sembrata perfetta.


• Sempre con Alessio Di Simone hai raccontato un Mostro nell’armadio. Chi è l’orco cattivo che spaventa la tua generazione di giovani illustratori?
Le bollette? Scherzi a parte, forse la cosa che spaventa di più in Italia è restare “giovani illustratori” a vita, senza riuscire a ottenere i giusti riconoscimenti (anche economici, ovviamente). O peggio ancora, essere costretti ad abbandonare questa carriera o relegarla a poco più di un hobby, in cambio di un lavoro che permetta di pagarsi da vivere. Molti illustratori sono riusciti ad affermarsi come professionisti in Italia solo dopo aver ottenuto successo all’estero.
Il mostro nell’armadio è stato il nostro primo albo illustrato. Ho lavorato e rilavorato molto su ogni tavola: avevo tante cose da dimostrare e tantissime ingenuità e insicurezze che temevo venissero fuori. Trovare un equilibro è stato molto faticoso, ma aprire quell’armadio mi ha costretto ad affrontare le mie paure da illustratore in erba. È stato un po’ come quando da bambino spalancavo l’armadio con coraggio per dimostrare a me stesso che non c’era nessun mostro lì dentro… o almeno non era lì tutto il tempo.

• Cosa vuol dire raccontare le parole degli altri? Cosa trovi più complesso: una copertina, un libro illustrato o un fumetto?
Raccontare le parole degli altri ti obbliga a metterti in gioco, ti fa vedere le cose da un punto di vista diverso. Ti costringe a comprenderle, farle tue e arricchirle di nuove suggestioni e nuovi significati. Sono due elementi che si fondono in qualcosa di corale: se l’illustrazione ripete pedissequamente quello che è già nel testo, o è superfluo il disegno o è superflua la parola.
Per me l’illustrazione è una commistione di linguaggi diversi – fotografia, scultura, pittura – ognuno dei quali arricchisce e caratterizza l’opera visiva a suo modo. Durante l’adolescenza passavo pomeriggi a disegnare fumetti a china, poi acquerelli, tempere, oli, tenendo le cose ben separate. Col tempo, però, ho capito che sperimentare e mescolare le varie tecniche m’interessava di più.
L’albo illustrato è sicuramente il lavoro per me più complesso perché raccoglie in sé le difficoltà degli altri, ma ha ancora più bisogno di una propria voce, un proprio ritmo e una forte efficacia visiva.

• E dopo che hai capito cosa è facile e cosa non lo è, quanto è difficile affrontare la propria pigrizia? Nel libro Voglia di lavorare… saltami addosso hai racchiuso in una copertina storie di pigrizia, cos’è che proprio non ti va di fare?
La mia pigrizia è sempre in agguato. Faccio un lavoro da ufficio durante il giorno e quando torno a casa dopo otto/dieci ore spesso alienanti devo sforzarmi per vincere l’accidia e la stanchezza e mettermi alla scrivania per un altro paio di ore di lavoro. D’altro canto questo è un forte stimolo a convogliare energie negative e frustrazioni in qualcosa di positivo per me come l’illustrazione.
La piccola storia a fumetti contenuta nell’antologia Voglia di lavorare e la copertina poi ispirata a essa erano un modo per autoironizzare e rileggere la pigrizia come nuova forma creativa, produttiva o di protesta: un nuovo modo di pensare fuori dai classici schemi lavorativi.


Link di riferimento: www.alessandrodisorbo.blogspot.it

Rossana Calbi   

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