20 settembre 2013

INTERVISTA | Antonella Caraceni: "La mia pittura non vuole mai rappresentare la realtà"

La paura è la cosa che teme di più. Antonella Caraceni lo spiega in una conversazione telefonica allegra in cui racconta un Pop Surrelism vicino alla sua formazione classica. La cultura pittorica del ‘400 con le sue figure archetipe, non somiglianti al vero, una bellezza eterea con lo stesso volto e lo stesso corpetto costituiscono un ponte con l’idealismo espresso nei suoi lavori legati alla Pop Culture. Antonella Caraceni ha un passato da costumista cinematografica e televisiva che sceglie di non fare nulla regolarmente per non cadere nella noia e, dopo la sua prima personale nella scorsa stagione della Mondo Bizzarro Gallery, dispiega le tele per nuovi progetti.


• I tessuti si srotolano lungo delle storie ricche e piene di dettagli, se dovessi personificare lo spirito di una stoffa quale sceglieresti e quali tratti avrebbe?

I tessuti in effetti sono in grado di raccontare molte cose, storia, cultura, ricchezza e povertà. Certe qualità dei tessuti hanno da sempre affascinato i grandi maestri della pittura, penso alle filigrane dorate delle vesti divine dell’Agnello mistico di Van Eyek (a tale proposito suggerisco a tutti una visita allo splendido sito closertovaneyck.kikirpa.be) oppure allo splendente raso dell’abito della Princesse de Broglie di Jean-Auguste-Dominique Ingres!
Ma se il gioco dovesse essere capovolto e dare un volto a un tessuto più che un abito a un personaggio, sceglierei un ricco broccato, ormai in declino, ma non ne farei un abito d’epoca, piuttosto una seconda pelle di una fanciulla diafana e seria, capelli scuri, forse viola, in mano un fazzolettino candido, all’interno petali di una rosa disfatta che diventano gocce di sangue.

Bird Wind Chime

• Il cinema è molto legato al movimento lowbrow al quale fai riferimento, se dovessi scegliere un film in costume da rappresentare in un unico quadro quale frame immortaleresti?
Sceglierne uno tra tanti è sempre doloroso! Come poter rinunciare a Moulin Rouge! di Baz Luhrmann e al suo vorticoso immaginario? Come non pensare alla meravigliosa bellezza di Marisa Berenson negli straordinari costumi di Milena Canonero per Barry Lyndon del visionario Stanley Kubrick?
Ma chi vorrei ritrarre in un mio quadro sarebbe Il Casanova di Fellini, con quell’assurdo profilo, e quel fantastico senso del falso, dell’imbroglio scenico. Così anche la mia pittura non vuole mai rappresentare la realtà ma la vuole superare, somigliandole un poco, ma scherzandoci su, in maniera anche un po’ tragica. Il personaggio è un mezzo per raccontare altro, qualcosa che sembra una sua peculiarità ma che appartiene a noi tutti. Un personaggio vuoto, capace di esistere solo nella sua immagine, così attuale si riverbera nella nostra odierna ricerca ossessiva di una bellezza artificiale, che non corrisponde a nessun vissuto personale. Con Casanova cercherei di fare mia quella straordinaria sapienza felliniana di “contemplare l’orribile con tenero e il favoloso con l’ironico” (Morando Morandini, ne «Il Giorno» dell’11 dicembre 1976; N.d.R.). Per dovere di cronaca i costumi erano del grande Danilo Donati.

• Il tuo mondo iconografico ricorda miti del passato, Frida Kahlo, e del presente Amy Winehouse, cosa ti coinvolge al punto di voler raccontare a tuo modo una persona che ha rivelato se stessa al pubblico con la sua arte?
Per rispondere a questa domanda mi faccio aiutare da Il giovane Holden di Jerome David Salinger. “Quelli che mi lasciano proprio senza fiato sono i libri che quando li hai finiti di leggere e tutto quel che segue vorresti che l’autore fosse tuo amico per la pelle e poterlo chiamare al telefono tutte le volte che ti gira” (cap. 3). Ecco, il punto è questo: essere rimasta senza fiato! Fare un quadro significa entrare in contatto con quella persona e poter restituire, o per lo meno cercare di farlo, quelle emozioni che ho ricevuto da lui/lei. È il tentativo di rendere omaggio a una persona che ha contato per me, che mi ha regalato qualcosa di suo e che cerco di contraccambiare.

Amy

• La tua personale presso Mondo Bizzarro, Iced Dream, ha raccontato un mondo cristallizzato in colori tenui e delicati, come si è sviluppato questo progetto e quali sono i prossimi?
La mostra avrebbe dovuto svolgersi a settembre, (mentre è stata inaugurata a dicembre 2012, N.d.R. ) avrebbe significato lavorare con il gran caldo estivo e per questo ho iniziato a pensare al fresco, poi al gelo. Mi è sempre stato detto che i miei personaggi hanno sguardi ghiacciati. Ho quindi iniziato a mettere in relazione il freddo esterno e le passioni interiori che possono bruciare anche nel clima estremo. Uno dei primi quadri che ho fatto per la mostra, in effetti, ci mostra una donna che in maniera molto composta è torturata dal dolore per un uomo, probabilmente arde di gelosia, ma soltanto una lacrima ci svela questa sofferenza, che, come tutti noi, deve affrontare e sopportare da sola.
In un altro dipinto ho rappresentato un macaco giapponese, nihon zaru, che vivendo nelle regioni fredde usa fare il bagno caldo nelle acque termali Jigokudani (che è il titolo dell’opera, N.d.R.). Anche qui si intravede una sofferenza, l’animale gioca con una bambola e forse quella bambola gli mostra i suoi limiti. Ecco il senso di questo Iced dream: il sogno di avere vicino chi è lontano, di essere amati da chi non ci ama, di riuscire a essere ciò che non siamo.
Progetti futuri tanti: sto cominciando a pensare a una serie di lavori ispirati da una domanda: che tipo di arte avrebbero fatto oggi i grandi classici del passato? Non so se ne verrà fuori qualcosa, intanto a settembre farò parte di un progetto artistico che invaderà il rione di San Lorenzo a Roma in collaborazione con la galleria Mondo Bizzarro e da novembre di quest’anno a gennaio 2014 sarò ospite della Flower Pepper Gallery di Pasadena in una mostra curata da Ixie Darkon.

Jicocudani

Omecihuatl

Thawing

Link di riferimento: www.antonellacaraceni.eu

Rossana  Calbi  

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