13 novembre 2013

IN VESPA | Peloponneso, Giorno 3

C’è da stancarsi. C’è da stancare il fisico, l’anima e il cuore in un viaggio così. Ma di tutta questa stanchezza ne vale la pena, quando in una Leuca del Peloponneso vedi il sole che ti abbandona con le sue ultime luci e capisci che non è solo l’alba che ha le dita rosee, come diceva Omero.

Il sole che scende piano e si nasconde dietro quei monti freddi che tu hai appena attraversato, quei monti che nascondevano paesini dimenticati, dove neppure di benzina c’era l’ombra, dove capre riposavano a bordo strada e dove i guardrail non sono ancora arrivati, nonostante i precipizi a pochi centimetri dall’asfalto stradale.
E poi anche ad Olimpia, stamattina, c’era da sentirsi a casa, quando ho riconosciuto l’accento di tre leccesi seduti al mio stesso hotel. Saluti, foto, dove siete stati, quando ve ne andate, come va e come andrà, e non rimane che il ricordo, piacevole, di sorrisi conosciuti. Olimpia, che profuma d’antico, Andritsena, che profuma di 1000 e ha una fontana che sbuca dal tronco di un platano, Basse, col suo profumo alto e lontano. Tra l’una e l’altra, cime tortuose e ruscelli rumorosi, chiesette abbandonate e abbandonati i quadri al loro interno, spari in lontananza e silenzio in abbondanza, si, è da ripetere: qui tutto è bello e il bello è tutto.

Infine Kalamata, dagli occhi belli, dove un uomo scampato ad un tumore ha iniziato ad imparare l’inglese e l’italiano e a girare il mondo.
“Una faccia, una razza”, mi gridano dietro gli anziani a cui chiedo indicazioni e che riconoscono l’accento italiano, lo fanno ridendo, lo fanno con in mente i loro ricordi da bambini, di quando vedevano questi soldati italiani, negli anni 40, venuti qui in terre sconosciute per rendere felici due uomini infelici. Ma i nostri soldati, per fortuna, sono stati buoni con questo popolo, questo popolo mediterraneo che ora ci ricorda così, come fratelli, come gente con la stessa faccia, della stessa razza.
Mi viene da pensare ad Albert Einstein, che una volta arrivato negli Stati Uniti, completando i moduli per l’ingresso nel paese, si trovò di fronte alla voce “razza”, da compilare; scrisse: “Umana” aveva ragione ed è l’unica razza a cui tutti dovremmo appartenere. Mi ha emozionato e mi emoziona tuttora ogniqualvolta un anziano mi parla con le uniche parole che conosce d’italiano.


Se l'articolo ti è piaciuto, iscriviti ai feed per tenerti sempre aggiornato sui nuovi contenuti del magazine, oppure diventa fan della nostra pagina facebook e seguici su twitter. Se hai la passione per la fotografia non perderti il nostro gruppo su flickr e seguici su instagram.

0 commenti :

Posta un commento

Cosa ne pensi? Hai idee migliori?