25 novembre 2013

L’ULTIMA COSA | I ribelli, Charles Baudelaire


I ribelli non ammettono segreti nella propria vita. I ribelli non si nascondono, non hanno vergogna di rivelare i propri errori, le proprie mancanze, i propri peccati, se di peccati si può parlare in un mondo di colpevoli. I ribelli non hanno paura perché non sono interessati alla società, all’etica, per loro “la morale”, per riprendere un aforisma di un ribelle di cui scriverò, “è frutto della debolezza del cervello”. Così i ribelli si contrappongono, in questo mondo, a quelli che Dostoevskij definirebbe “idioti”, ossia i buoni, i buoni per eccellenza, che rispondono alla cattiveria con la bontà e la buona fede: il principe Myskin, protagonista del dostoevskiano L’idiota è l’eccellente allegoria di questa categoria di personaggi.
Così, dei ribelli si sa tutto, e tutto, in effetti, sappiamo di due ribelli francesi che fecero parte della storia della letteratura del secondo ottocento: Charles Baudelaire e Arthur Rimbaud.
In questo articolo accennerò ad alcuni aneddoti e curiosità riguardanti il primo autore.
Dotato di spiccate capacità intellettuali, amante del lusso, dell’arte, della poesia, dedito ad uno stile di vita bohemien, dandy parigino per eccellenza, ispiratore del bello che lottava contro la società borghese dell’utile e del commercio, Baudelaire ebbe un rapporto di soffocante amore con la madre, la quale, a causa del suo stile di vita dissoluto, tutto proteso verso droghe e alcol, decise di imbarcarlo su una nave diretta ad Oriente. Baudelaire vi salì su quella nave, ma in India non arrivò mai. Decise infatti di fare ritorno in patria a metà del percorso, quando era ormai arrivato in Madagascar, isola che a quel tempo era colonia francese. Una volta tornato in Francia continuò la sua vita di sfarzo e dissolutezza, rimanendo ben presto senza soldi. Già nell’adolescenza frequentava prostitute che lo avrebbero portato a contrarre la sifilide.
Tra tutte le donne frequentate durante la sua vita, nei bordelli e fuori, una lo accompagnò per tutta la vita: Jeanne Duval, attrice creola, la sua “Venere Nera”, “amante fra le amanti”, che gli ispirò alcuni fra i suoi componimenti migliori contenuti nei I Fiori del Male, legata ad un’idea di pericolosa bellezza, sensualità e mistero, tutti temi centrali nella poesia baudelairiana. Ma cos’era la bellezza, per Baudelaire?
Sono bella, o mortali! Come un sogno di pietra,
e il mio seno, ove ognuno ha provato il dolore,
è fatto per ispirare ai poeti un amore
taciturno e immortale, uguale alla materia.
Sfinge incompresa, nell’azzurro m’assido;
unisco un cuor di neve al candore dei cigni;
odio il movimento che confonde i confini
e giammai non piango e giammai non rido.
I poeti, di fronte ai miei gesti grandiosi,
che sembro mutuare ai fieri monumenti,
consumeranno i giorni in studi faticosi;
chè ho, per incantare questi docili amanti,
specchi puri che fanno più bella ogni realtà:
gli occhi, i miei grandi occhi di eterne chiarità!
Lo scrive in sonetto, la forma poetica di perfezione pitagorica, l’unica in grado di ispirare le parole esatte e precise per descrivere non “una” bellezza, ma “la” bellezza. L’idea di bellezza per Baudelaire è anche descritta con queste parole dal poeta, nei suoi diari:
Qualcosa di ardente e di triste. Una testa seducente e bella di donna è una testa che fa sognare in modo confuso: voluttà e tristezza insieme, che comportano un’idea di malinconia, stanchezza e sazietà.
E cos’era, invece, l’amore, per il poeta? In un periodo di estrema depressione (tentò il suicidio due volte nella sua vita, ma mai gli riuscì: alcuni personaggi sono già morti mentre stanno ancora vivendo), mentre si trovava a Bruxelles nella speranza di trovare denaro con opere e conferenze, scrisse un intimo diario, colmo di aforismi, che conosciamo sotto il nome di Il mio cuore messo a nudo, e il nudo cuore di Baudelaire così descrive un rapporto amoroso:
L’amore è molto simile a una tortura o a una operazione chirurgica. Anche se i due amanti sono molto innamorati e colmi di reciproci desideri, uno dei due sarà sempre più calmo o meno invasato dell’altro. Quello, o quella, è l’operatore, ovvero il carnefice; l’altro, o l’altra, l’assoggettato, la vittima.” e nelle righe successive, l’amore diventa “il bisogno di uscire da se stessi. Sacrificarsi e prostituirsi. Così ogni amore è anche prostituzione.
Così, ogni amore, è anche prostituzione. In un periodo di malattia dell’animo, come fu il Decadentismo francese del quale Baudelaire fu il grande ispiratore, l’amore non può che perdere i suoi valori eterni e puri, per trasformarsi in sentimento volgare, effimero e triste, eppure: ispiratore e salvifico.



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