5 novembre 2013

SCHELETRI D'AUTORE | Artemisia Gentileschi: l'arte femminista e la violenza ai tempi di Caravaggio

Questa femina, come è piaciuto a Dio, havendola drizzata nelle professione della pittura in tre anni si è talmente appraticata che posso adir de dire che hoggi non ci sia pare a lei, havendo per sin adesso fatte opere che forse i prencipali maestri di questa professione non arrivano al suo sapere.
(Orazio Gentileschi, in Artemisia Gentileschi. La pittura della passione, a cura di Tiziana Agnati e Francesca Torres, Edizioni Selene, Milano, 2008)
Artemisia Gentileschi, Autoritratto come allegoria della Pittura, 1638-39, Royal Collection, Windsor
È il 1649, ci troviamo a Napoli e la protagonista della nostra storia è Artemisia.
Artemisia, donna coraggiosa e impavida a capo di una rinomata bottega composta da giovani di grande talento che amano dipingere all’artemisiana; Artemisia, “pittora” all’epoca cinquantaseienne, che si trova spesso a discutere sul prezzo dei suoi quadri poiché dipinti dal gentil sesso e per questo richiesti ad un prezzo dimezzato.
Artemisia Lomi Gentileschi ( Roma, 1593; Napoli, 1653) è stata una grande pittrice italiana di scuola caravaggesca. Figlia del pittore Orazio Gentileschi, anch’egli della “schola” del Caravaggio, sin da bambina coltiva l’amore per la pittura, arte rigorosamente riservata agli uomini; è il padre stesso ad incoraggiarla nella scelta avendone intuito le eccezionali doti: insegnerà a lei il mestiere introducendola non solo al disegno anatomico e all’uso del colore, ma anche al realismo drammatico del Caravaggio.
Cresciuta nella meraviglia della Roma di Paolo V, probabilmente viene presentata come un ragazzo e le è possibile fare pratica seguendo il suo mentore – genitore nelle anticamere cardinalizie e sui ponteggi dei più prestigiosi cantieri.
Nel 1611, all’età di diciotto anni, poteva vantare già una grande esperienza; tuttavia è proprio in questo stesso anno che la vita di Artemisia viene sconvolta: Agostino Tassi, pittore e fidato amico di famiglia, viene accusato di stupro da Orazio Gentileschi.
Ma come andò realmente la questione?
Bisogna partire dall’analisi di quella che è considerata una delle opere maggiori della Gentileschi: “Susanna e i Vecchioni”.
Artemisia Gentileschi, Susanna e i vecchioni, 1610, collezione Schönborn, Pommersfelden
Per la critica è impossibile non associare la pressione che i due Vecchioni esercitano sulla figura di Susanna al complesso rapporto che Artemisia aveva tanto con Agostino Tassi quanto, pare, con il padre Orazio. Durante il processo a suo carico il Tassi affermò che Artemisia si era spesso lamentata della morbosità con cui il padre si rivolgeva a lei trattandola, molto spesso, come se fosse sua moglie.
Secondo un’analisi iconologica, tra l’altro, uno dei due Vecchioni è particolarmente giovane e ha una barba nera come quella che, sembra, avesse il Tassi; l’altro Vecchione, invece, ha fattezze molto simili a quelle con cui Antoon van Dyck rappresentò Orazio Gentileschi in una sua incisione.
Al tempo dello stupro, Agostino Tassi, era impegnato insieme al Gentileschi, nella decorazione a fresco delle volte del Casino delle Muse nel Palazzo Pallavicini Rospigliosi a Roma; era frequente che Agostino si trattenesse nelle dimora dei Gentileschi dopo il lavoro e mirasse già da tempo alla giovane ragazza, sebbene non ricambiato. Dopo l’ennesimo rifiuto l’aggredisce, come Artemisia stessa riporta durante il processo:
«Serrò la camera a chiave e dopo serrata mi buttò su la sponda del letto dandomi con una mano sul petto, mi mise un ginocchio fra le cosce ch'io non potessi serrarle et alzatomi li panni, che ci fece grandissima fatiga per alzarmeli, mi mise una mano con un fazzoletto alla gola et alla bocca acciò non gridassi e le mani quali prima mi teneva con l'altra mano mi le lasciò, havendo esso prima messo tutti doi li ginocchi tra le mie gambe et appuntendomi il membro alla natura cominciò a spingere e lo mise dentro. E li sgraffignai il viso e li strappai li capelli et avanti che lo mettesse dentro anco gli detti una stretta al membro che gli ne levai anco un pezzo di carne»

Dopo la violenza il Tassi propone di sposare Artemisia per riparare al torto fatto: il problema è che il pittore è già sposato (e nel frattempo mantiene una relazione incestuosa con la sorella della moglie).
Gli atti del processo – conclusosi con una lieve condanna per il Tassi – hanno avuto una grande influenza per la lettura in chiave femminista di Artemisia stessa; è da sottolineare il fatto che, a prova della sincerità delle sue affermazioni accusatorie, la Gentileschi decise di deporre le accuse sotto tortura consistente nello schiacciamento dei pollici che, per una pittrice, sono totale strumento di lavoro.
La tela, che raffigura Giuditta che decapita Oloferne (1612-13), conservata al Museo Capodimonte di Napoli, impressionante per la violenza della scena che raffigura, è stata interpretata in chiave psicologica e psicoanalitica, come desiderio di rivalsa rispetto alla violenza subita.
Artemisia Gentileschi, Giuditta che decapita Oloferne (1612-1613), Napoli, Museo di Capodimonte
Oltre alla reputazione di donna licenziosa che l’avrebbe accompagnata per il resto della vita, il fattaccio procurava ad Artemisia un indesiderato marito nella persona del maturo fiorentino Pierantonio Stiattesi, insieme al quale, agli inizi del 1613, si trasferiva a Firenze.
Nonostante il successo, a causa di spese eccessive, sue e di suo marito, il periodo fiorentino fu tormentato da problemi con i creditori. Si può ragionevolmente collegare al desiderio di sfuggire all'assillo dei debiti e alla non facile convivenza con lo Stiattesi, il suo ritorno a Roma che si realizzò in maniera definitiva nel 1621.
Dopo diversi viaggi e periodi lavorativi tra Venezia, Roma e l’Inghilterra Artemisia arriva a Napoli dove muore nel 1653.
Se la sequenza dei dipinti è impressionante, di grande richiamo è anche la selezione delle appassionate e inedite lettere d’amore autografe indirizzate a Francesco Maringhi, dove emerge la personalità forte e talvolta dura, ma sempre leale e appassionata, l’intelligenza brillante e la grande ambizione di questa eroina del Barocco.
Sulla vita della Gentileschi è basato il film Artemisia. Passione estrema (1997) di Agnès Merlet: una possibilità in più per appassionarsi alla vita di una grande artista e femminista italiana.


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