24 febbraio 2014

INTERVISTA | Marco Rea: "Ricerco la bellezza convulsa"

Fino al 14 gennaio 2014 è stato presente per benedicenza a Roma presso l’HulaHoop Club nella collettiva Art For A Cure, una mostra che ha coinvolto trentadue artisti e soprattutto il lavoro di ricerca di Francesco e Simona Fagnoni, i genitori di Mattia, il bambino che lotta da sei anni contro la sindrome di Sandhoff. Marco Rea è un artista che ha quel qualcosa che stupisce: la gentilezza. Un’attenzione alla vita che si dipana nei suoi lavori e che trasforma il bello etereo in una diffusa espressione armonica. Un linguaggio unico che guarda a diversi stili e tecniche e che finalmente, come sa fare un artista intelligente, riesce a trovare un suo linguaggio espressivo e una collocazione unica. Marco Rea riesce così a essere un continuo ossimoro: nell’eterogeneità del suo lavoro raccoglie la dolcezza e la delicatezza descrivendola con la violenza di un getto di colore. Le sue creature sembrano ferite e morte e invece stanno solo cercando una nuova vita per gridare la loro vera bellezza che va oltre i contorni e si diffonde lentamente diventando essenza. Ha conquistato le pagine di «Juxtapoz Art & Culture Magazine», uno delle più importanti riviste statunitensi di arte, ha dominato le pareti della Strychnin Gallery di Berlino e la sua arte continua a crescere in modo esponenziale e violento e lui rimane sempre gentile.
Inizi il tuo percorso artistico fin dal liceo, ma non è solo la storia dell’arte che impari presto sui libri, vivere a Roma ti ha insegnato ad annebbiare la bellezza che ti si presenta davanti, la tua capacità di sperimentazione ti ha portato a diffondere quella stessa bellezza come pulviscolo. Racconta la tua tecnica.
Breton diceva: “La bellezza sarà convulsa o non sarà” ed è questa la bellezza che ricerco nella mia arte, più che una bellezza annebbiata ricerco quella bellezza convulsa, che sia in grado di rapire e scuotere l’osservatore e me stesso prima di chiunque altro.
Faccio il possibile per rifuggire da un bello scontato, ovvio e noioso, quell’idea di bello che ci viene inculcata ogni giorno da televisione, pubblicità, ecc.
La tecnica che utilizzo è pittura spray su materiale pubblicitario (manifesti, cartelloni, riviste e simili). Rivisito la pubblicità come facevano nella Pop Art; le figure che creo sono oniriche come molte opere surrealiste e utilizzo bombolette spray come numerosi street artists ma personalmente non definirei il mio lavoro né pop, né surrealista, e non è neanche legato alla street art. Faccio ciò che sento di fare senza curarmi troppo delle definizioni, lascio che siate voi a farlo.
Per alcuni artisti e per molti critici il Pop Surrealism è inquadrato in alcuni stilemi molto rigorosi e a volte non veritieri. La tua idea è di stravolgere la pubblicità, la forma più pop del contemporaneo con gli spray che utilizzano i writers trasformando donne bellissime in dei sogni di carta e colore, nulla di più pop e nulla di più surrealista. Per un artista e studioso di arte cos’è il Pop Surrealism?
“Trasformando donne bellissime in dei sogni di carta e colore”, è una bellissima definizione, ti ringrazio di cuore!
Qual è la domanda successiva?
I primi spray che hai utilizzato ti hanno avvicinato alla street art, adesso il tuo percorso si è evoluto, ma il tuo sguardo alla street è sempre attento, quali artisti contemporanei che sviluppano la urban art ti interessano maggiormente?
Ho grande stima per chi fa street art, soprattutto per chi fa un lavoro libero da imposizioni di mercato. Preferisco un tipo di street art che non voglia piacere a tutti i costi e che non sia troppo “ammiccante”. Potrei farti una lunga lista di artisti e amici che apprezzo, ma sarebbe davvero troppo lunga. Chi ho sempre apprezzato per la ricerca, la coerenza e l’innovazione sono Sten & Lex e 108, provo davvero grande stima per il loro lavoro.

Le tue creature sembrano essere cariche di dolore, ansia e angoscia, ma spesso spieghi che la tua intenzione è diversa, spiegaci cosa avvolge la nebbia delle tue donne?
È difficile spiegarlo, per me sono principalmente delle sensazioni e delle emozioni difficili da tradurre a parole, preferisco comunicare attraverso le mie opere.
Mi piace che l’arte che creo sia un mistero anche per me, lascio che quella nebbia di cui parli sappia avvolgermi e stravolgermi.
La cosa di cui sono certo, però, è che le mie opere non rappresentano situazioni fisiche tangibili e reali ma tutt’al più stati mentali ed emozionali vicini al mondo dei sogni, dei ricordi.
So che alcuni trovano i miei lavori inquietanti, ma ti assicuro che in questi non c’è spazio per nessun tipo di violenza, almeno non dal mio punto di vista.

Link di riferimento: marcorea.carbonmade.com


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